di Nicola Gelo
Cappuccetto Rosso si perse in un bosco, Hänsel e Gretel in un bosco vennero abbandonati. Al pari del deserto il bosco sembrerebbe divenuto un luogo di spersonificazione dove, chi vi entra, incontrerà sicuramente una iattura.
Con quanta solerzia…con quanta retorica
Dopo mesi di discussioni sulla Famiglia nel Bosco continuo a non capire per quale motivo i bambini siano stati sottratti alla famiglia. Se lo Stato, i servizi sociali, operassero sempre con tanta sagacia e solerzia il problema delle baby gang (leggasi: di minori che – nella maggior parte dei casi non godono di un adeguato sostegno educativo da parte delle famiglie e della comunità educante) non continuerebbe ad aumentare in modo esponenziale tanto da risultare fuori controllo. Se lo Stato operasse con tanta sagacia e solerzia non avremmo minori allo sbando nelle periferie della Sicilia, della Campania, della Puglia, della Lombardia. Se lo Stato operasse con tanta sagacia e solerzia non avremmo bambini rom a mendicare agli angoli delle strade o bande di ragazzine incinte a delinquere nelle metropolitane. Questi minori non vivrebbero all’interno di roulotte, non morirebbero avvolti dalle fiamme in una delle tante baracche in legno e lamiera poste alle periferie delle nostre città. Se lo Stato operasse sempre con queste modalità buona parte dei minori italiani vivrebbe in strutture protette, separata dai genitori. Pensieri giusti anche se intrisi di retorica.

Ho conosciuto la miseria dei bambini non solo perché nato in una zona povera ma anche perché il destino mi ha posto nella condizione di lavorare come educatore in contesti difficili nella mia città di origine (Foggia) divenendo successivamente insegnante nella scuola materna, elementare e media.
Le scuole parentali hanno sicuramente tanti limiti e al contempo notevoli punti di forza. Su questo tema potremmo discutere a lungo. Considerato il livello linguistico dei coniugi Trevallion, non credo, ad esempio, che essi abbiano potuto aiutare i propri figli nell’apprendimento di una lingua (l’italiano) a loro stessi estranea. Le scuole nel bosco, poi, non sono adatte a tutti: la scelta di far seguire ai propri figli un percorso del genere dovrebbe venir presa dopo un’attenta valutazione pedagogica. È pur vero che oggi i minori non vengono abbandonati ai margini delle strade, costretti a vestirsi di cenci; i minori vengono abbandonati davanti agli smartphone per interminabili ore al giorno o, più comodamente, parcheggiati al prescuola, al doposcuola per finire condotti dalla tata in piscina oppure al corso di informatica. Per tale abbandono – che è fonte di molti mali – nessuno risponde.
Re Salomone e le due madri
Vi è poi un racconto biblico dove due madri rivendicano la maternità di un unico bambino davanti a Re Salomone (1 Re 3:16-28). Salomone, allora, per scoprire chi realmente sia la madre, propone alle donne di tagliare il bambino in due; la madre vera, allora, pur di salvare il figlio rinuncia alla rivendicazione permettendo al Re, riconosciuta la vera madre, di riaffidarle il pargolo.
Questi genitori, invece, di fronte a continue e documentate proposte di supporto avanzate loro, hanno dimostrato di prediligere all’integrità del nucleo famigliare (probabilmente per una scarsa comprensione della lingua italiana) la filosofia posta dietro il loro stile di vita. E non può esservi autosufficienza senza il riconoscimento che la nostra sufficienza passa per l’incontro con l’Altro, con la comunità umana e le sue contraddizioni, con il mistero della condivisione. I nostri vicini diffidenti e di cui a nostra volta diffidiamo, sono proprio coloro con i quali inverare questa vicinanza superando ostilità e barriere. Un bel compito.
La rugginosa macchina burocratica e i buracrati pilateschi
Sicuramente il comportamento di questi genitori è stato ingenuo, oserei dire provocatorio, e ha causato il risveglio della rugginosa macchina burocratica.

Lo Stato dorme sonni profondi fino a quando non viene svegliato. E per lasciarlo dormire occorre assecondarlo nei suoi riti fatti di modulistiche, certificazioni, scadenze. Una serie di negligenze dei genitori potrebbe aver cagionato il risveglio della macchina burocratica. L’Italia non è il paese del sentimento bensì del sentimentalismo. Viviamo in cultura che antepone al pensiero e al sentimento, il surrogato del sentimentalismo. La macchina burocratica, una volta svegliata, si è mossa priva di un pensiero organico, veicolata, sembrerebbe, dall’agire di tanti piccoli burocrati pilateschi che hanno prodotto relazioni precise come radiografie che nessuno, però, ha voluto interpretare.
Rigidità protocollare e mancanza di deroghe.
La macchina burocratica si è mossa in modo impeccabile, attraverso quell’emblematica rigidità protocollare che caratterizza la mancanza di pensiero. E quando l’autorità che dovrebbe assumersi delle responsabilità non c’è, le norme non vengon derogate bensì applicate alla lettera.
Questo agire incarna massimamente il pensare nel nostro tempo. Sarebbe forse più interessante immaginare dietro alla separazione di questa famiglia particolari e ascose trame. Temo, però, che dietro a questa separazione si esprima il nulla nella volontà, il gelo nel pensiero e l’euforia nel sentimento.
La triplice perdita della creatività
Il pedagogista Henning Köhler (1951-2021) scriveva:
«Le forze spirituali-culturali e sociali attualmente predominanti sono forze di morte. Non intendo la morte che pone fine all’esistenza personale, corporea, oggi identificata con il “simbolo della distruttività” (Horst-Eberhard Richter) – non la morte come punto di estinzione e luogo del più grande mistero della vita, bensì la morte come campo in cui si manifestano le forze del gelo, come ciò che è mortificante, come ciò che suscita il più profondo spavento in colui che è creativo. In questo campo di forze, sotto gli occhi “dell’alleanza euforica dell’imperante pensiero positivo” (Horst-Eberhard Richter) quale “espressione…dello stato di separazione dell’uomo dalla propria essenza ultraterrena” (Kalfried Graf Dürckheim) si compie quella che potrei definire la triplice perdita di creatività: irrigidimento della fantasia (morte del pensiero), meccanizzazione dei rapporti (morte del sentire), subordinazione dell’agire ad uno scopo (morte della volontà). Ciò porta – considerando la società nel suo insieme – non solo a rendere desolante il paesaggio delle attività “educative”, del sistema giuridico, e del contesto economico, bensì anche al fatto che venga accumulato e usato un materiale sempre più distruttivo volto a produrre effetti esplosivi, destrutturanti, derealizzanti.
(Henning Köhler, Non esistono bambini difficili, Natura e Cultura Editrice)
Sviluppi
La rigidità dei coniugi si è quindi scontrata con la rigidità istituzionale. Un braccio di ferro che potrà finire con la vittoria del sentimentalismo – che imporrà a furor di popolo il ritorno della famiglia nel bosco – oppure con un’applicazione algida della legge.
Il rischio che bambini e genitori (soprattutto i genitori) di questo nucleo familiare possano patire oltremodo i danni di una separazione è altissimo. Ciò potrebbe portare a conseguenze estreme poiché queste persone fragili (mi riferisco in primis ai genitori) da mesi sono esposte ad una pressione innaturale. In un modo o nell’altro fuggivano il mondo, quali anime spaventate dalla contemporaneità, mentre adesso debbono confrontarsi con esso e con tutte le loro forze. Solo l’ingresso di una figura realmente autorevole, in grado di arrestare il processo meccanizzato di rieducazione famigliare, potrà portar loro un reale e duraturo beneficio. È impossibile pensare di riunire una famiglia, dividendola.
Oltre i gendarmi e la fuga nel bosco: crisi individuale e crisi sociale
Si è dunque passati dalla calda esaltazione con cui i media, i politici e la gente comune hanno parteggiato per l’una o per l’altra campana, alla fredda e rigorosa applicazione della legge. “Cure” derealizzanti (il calore non era autentico poiché non veicolava interesse sottointendendo piuttosto uno schierarsi a favore di qualcuno) e deumanizzanti (la legge applicata in modo algido e pilatesco) il cui principio è assai lontano da un autentico prendersi cura dell’altro, da un’autentica compassione in grado di comprendere e condividere le difficoltà altrui.

È forse questa la disperazione che unisce le sorti di questa famiglia a tante altre che, pur non godendo di clamore mediatico, avrebbero bisogno di attenzione e di calore umani e che invero non hanno. La capacità di prendere responsabilmente questo gruppo di persone per mano e guidarlo di là da una crisi biografica pesante sembra esser prossimo solo in virtù del clamore che la vicenda ha assunto. La dimensione della cura è la prova del nostro tempo e, se per questa famiglia (avendo la loro storia raggiunto l’interesse nazionale) ci si potrà immaginare un percorso di ripresa più attento e individualizzato, a livello sociale la dimensione della cura assume sempre più spesso i contorni dell’abbandono, del gelo e dell’indifferenza. Questi tre sostantivi assumono valenze sempre più positive (si pensi alla vigile attesa) nella relazione terapeutica e sostituiscono quel che una volta era rappresentato dall’intuito diagnostico del medico. Oggi questo intuito è difatti estinto e il calore della cura – qualora lo si riesca a ravvisare – è un frammento di futuro che germina nel nostro presente. Creando spazi di calore e cura attorno alle persone, creiamo isole inafferrabili e clandestine in grado di emanciparsi dal nostro tempo proteggendo lo spazio sacro della relazione umana.
15 Gennaio 2026

Nicola Gelo è docente di italiano presso il Centro E.d.A. (Liceo Antonio Rosmini) di Trento.











