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Troppo tardi per salvare l’Europa: cosa mi hanno detto Putin, Lavrov, Oreshkin e Karaganov al Vertice di Valdai

Valdai

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di Lorenzo Maria Pacini

Se la porta che Mosca dice essere aperta è in realtà chiusa, è chiusa da questa parte – e non è stata Roma a chiuderla di propria iniziativa.

Un summit di Valdai fuori sede

Quello che sto per condividere in questo articolo è meno tecnico e più personale del solito. Riguarda le informazioni raccolte nel corso di diversi giorni di dialogo, discussione e, a quanto pare, una domanda «scandalosa» che ha fatto scalpore nei media europei – perché ho chiesto al presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovich Putin, che ne sarà dell’Europa.
Potete trovare il video completo del discorso di Vladimir Putin al Forum di Valdai qui.
Potete trovare le mie osservazioni e le risposte di Putin qui.

Quest’anno il Forum di Valdai non si è tenuto a Sochi. Gli inviti inviati in estate indicavano ancora la città sul Mar Nero come sede, ma poi, alla fine di agosto, gli organizzatori hanno annunciato il trasferimento nella regione di Mosca. Secondo il Financial Times, il Servizio federale di protezione ha richiesto il trasferimento, preoccupato dalla minaccia dei droni ucraini a seguito di un’estate di attacchi alle raffinerie costiere. Questo dettaglio logistico ha un suo peso. La guerra – che a Valdai viene sempre discussa nel linguaggio del sistema internazionale – sta ora influenzando anche l’organizzazione pratica del forum.

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La 23ª riunione annuale si è svolta dal 28 settembre al 1° ottobre con un titolo che a un europeo suona quasi come una domanda personale: «Responsabilità per il futuro: i limiti del possibile o possibilità illimitate?». L’apertura è stata caratterizzata dalla presentazione del rapporto annuale del Club, Keep Calm. Lo Stato e la responsabilità per il futuro, che gli autori presentano – con un cenno a Kubrick – come un manuale per smettere di preoccuparsi e imparare ad amare il caos. A questo sono seguite nove sessioni tematiche, una sessione speciale e, nell’ultimo giorno, la sessione plenaria con il Presidente.
Sono arrivato come italiano ed europeo, consapevole che in quelle sale le due identità hanno un peso diverso. Nel corso della settimana ho parlato, in particolare, con quattro interlocutori di alto livello: Sergey Karaganov, Maksim Oreshkin, Sergey Lavrov e, durante la sessione plenaria, Vladimir Putin. Le prime tre conversazioni si sono svolte a margine delle sessioni e le riporto attingendo dai miei appunti – in sostanza, non parola per parola. Il quarto scambio è pubblico e documentato da una trascrizione, dalla quale cito direttamente.
Presi singolarmente, i quattro dialoghi trasmettono concetti che chiunque segua il dibattito russo conosce già. Se considerati in sequenza, tuttavia, dipingono un quadro più chiaro: una valutazione condivisa dell’Europa e quattro modi diversi di trarne conclusioni. E, soprattutto, un futuro tutt’altro che roseo.

Karaganov: l’Europa come fonte del male

Sergei Karaganov è uno dei fondatori del Club Valdai, presidente onorario del Consiglio per la politica estera e di difesa, e da anni è la voce più radicale del realismo russo. Con lui, la conversazione è iniziata immediatamente dal punto più controverso. L’Europa, ha affermato, è la radice di tutti i mali. Se venisse distrutta, nessuno ne sentirebbe la mancanza. Un conflitto nucleare tattico sul suo territorio non coinvolgerebbe altri attori. Gli europei hanno avuto tutto il tempo per trovare una soluzione ai propri problemi; ora che hanno scelto di prepararsi alla guerra contro la Russia, è troppo tardi per offrire loro un’altra possibilità.
Devo essere onesto: non sono mai stato un fan di Karaganov; ho spesso trovato le sue opinioni troppo radicali e antiquate.

Ma a partire da un caffè insieme dopo pranzo – e proseguendo nel corso di una settimana di discussioni – ho scoperto che la pensiamo in modo molto simile e che le sue opinioni non sono affatto banali. Chiunque abbia letto le sue recenti dichiarazioni riconoscerà questa linea di pensiero. Nel giugno 2023, Karaganov aveva sostenuto pubblicamente che la Russia dovesse abbassare la soglia per l’uso delle armi nucleari per ripristinare la credibilità della propria deterrenza e indurre l’Occidente a ritirarsi dal conflitto in Ucraina. Parte di tale approccio è stata successivamente incorporata nei documenti ufficiali: i Fondamenti della politica di Stato della Federazione Russa nel campo della deterrenza nucleare, aggiornati nel novembre 2024, considerano un attacco da parte di uno Stato non nucleare, condotto con la partecipazione o il sostegno di una potenza nucleare, come un attacco congiunto.
Le sue parole, tuttavia, contengono tre affermazioni distinte, ed è opportuno tenerle separate. La prima è un giudizio storico e sulla civiltà: l’Europa come fonte delle grandi catastrofi della modernità, dalle guerre mondiali al colonialismo. Si tratta di una tesi che Karaganov sostiene da tempo e che può essere contestata, ma che appartiene al regno dell’interpretazione. La seconda – secondo cui nessuno piangerebbe l’Europa – è una previsione sulle reazioni altrui; da quanto ho potuto osservare in quei giorni, trova eco in una parte significativa dei partecipanti asiatici, africani e latinoamericani. La terza è un’ipotesi strategica che sta alla base di tutto il resto: un’escalation nucleare in Europa rimarrebbe confinata all’Europa.
Su questo punto, la letteratura sulla deterrenza ne discute da settant’anni e – fortunatamente – mancano prove empiriche. Il fattore che complica questa ipotesi risiede all’interno della stessa Europa. La Francia e il Regno Unito possiedono arsenali nazionali e, nel marzo 2025, Parigi ha formalmente aperto il dibattito sulla dimensione europea della propria deterrenza. Un conflitto nucleare «esclusivamente europeo» presuppone che due potenze nucleari europee restino a guardare. Questa è l’ipotesi più debole dell’intera argomentazione, indipendentemente da come si valutino le altre due.
Va inoltre osservato che Karaganov non parla a nome del governo. Al Forum di Valdai, egli rappresenta l’ala del dibattito russo che spinge il Cremlino verso posizioni più definitive, e uno dei suoi ruoli è proprio quello di spingere i limiti di ciò che si può dire. In questa ottica, il suo «troppo tardi» è indicativo di una tendenza piuttosto che di una dottrina.


Oreshkin: Il mercato che non esiste più

Con Maksim Oreshkin, il tono è cambiato completamente. Vice capo dell’Amministrazione presidenziale, ex ministro dello Sviluppo economico e in seguito consigliere economico del presidente, Oreshkin ragiona in termini di flussi di cassa e bilanci. La sua valutazione è stata schietta: l’Europa è finita. Non esiste più alcuna concorrenza valida nel mercato energetico, perché Cina e India occupano ormai i primi posti tra i clienti della Russia. E non c’è motivo di investire in un piano di salvataggio europeo, poiché gli europei, fino ad oggi, non hanno mostrato alcun interesse a trovare una soluzione pacifica e ragionevole. La domanda che gli avevo posto durante l’incontro con i partecipanti al Valdai era: «Dato che il gasdotto Nord Stream 2 non è più disponibile – perché è stato sabotato – intende trovare un nuovo sistema di trasporto dell’energia, nell’ipotesi che l’Europa si riconcili e la situazione diplomatica migliori?». La sua risposta schietta – e forse brutale – è come un pugnale di verità conficcato nella coscienza di ogni europeo.
«Finita» va intesa in senso tecnico. Oreshkin non stava parlando direttamente della civiltà europea, ma dell’Europa come partner commerciale: un mercato che ha smesso di essere centrale per la Russia e che quindi non giustifica concessioni politiche per riconquistarlo.

Dopo il 2022, il greggio russo ha trovato i suoi principali acquirenti in Cina e in India, mentre Bruxelles, attraverso l’accordo tra il Consiglio e il Parlamento europeo del dicembre 2025, si è impegnata a eliminare gradualmente le importazioni di gas russo – compreso quello trasportato via gasdotto e il GNL – entro il 2027. L’interdipendenza energetica che aveva tenuto legate Europa e Russia per mezzo secolo – anche nei momenti più bui della Guerra Fredda – è stata smantellata da entrambe le parti. Il ragionamento di Oreshkin coglie la conseguenza più semplice di tutto ciò: chi non è più il cliente principale non ha più alcun potere contrattuale. Queste sono le leggi del mercato, e né a Londra, né a Berlino, né a Bruxelles ci sono più politici o gruppi di potere in grado di dire alla Russia «cosa fare» .
Anche a Mosca si conosce bene il rovescio della medaglia. Un mercato dominato da due grandi acquirenti permette loro di esigere sconti, e sostituire l’Europa con l’Asia comporta un costo in termini di prezzo e di accesso alla tecnologia. Ma secondo la logica che mi è stata esposta, la questione non è più se l’Europa sia nell’interesse della Russia. Si tratta piuttosto di quanto costerebbe renderla nuovamente vantaggiosa, e la risposta implicita è che gli europei devono sostenere tale costo.

Lavrov: la porta chiusa su «questo» ordine

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Con Sergej Lavrov, la discussione si è spostata dall’economia alla diplomazia, senza modificare la conclusione. L’Europa, ha affermato, ha avuto molte opportunità per ristabilire un dialogo con la Russia e ha invece scelto di alimentare lo scontro diretto. Ora è troppo tardi per tornare indietro: tutti i limiti sono stati superati e, con l’attuale ordine europeo, non c’è modo di tornare alle relazioni precedenti.

Vorrei che ci fermassimo un attimo a riflettere sul peso di queste parole. Chi conosce Lavrov sa che è un politico capace di soppesare ogni parola con grande intelligenza, anche in contesti più informali come il Vertice di Valdai. «I limiti sono stati superati». Sarebbe inutile elencare questi limiti, perché sono talmente evidenti agli occhi di tutto il mondo che sarebbe semplicemente una perdita di tempo. Ma lo sguardo di Lavrov mentre parlava dell’Europa… non lo dimenticherò mai. L’ho incontrato molte altre volte, ma in questa occasione c’era qualcosa di diverso.
Il ministro ha alle spalle una serie di eventi a cui la diplomazia russa fa regolarmente riferimento: gli accordi di Minsk, le bozze dei trattati sulle garanzie di sicurezza presentate agli Stati Uniti e alla NATO il 17 dicembre 2021 e i negoziati di Istanbul nella primavera del 2022. L’interpretazione russa di ciascuno di questi sviluppi è controversa ed è contestata in Europa. Ciò che mi interessa qui è un altro elemento – una precisazione che, rileggendo dopo la sessione plenaria, si è rivelata la chiave dell’intera settimana.

Un ritorno è impossibile in questo quadro europeo. Non con l’Europa, nella sua forma attuale – cioè l’UE e la NATO. Il rifiuto riguarda una classe dirigente e un’architettura istituzionale, non i paesi che ne fanno parte.
Mi chiedo fino a che punto si sia abusato della pazienza russa per arrivare al punto di dire cose del genere? La letteratura classica russa ci offre esempi ammirevoli di come i politici russi siano capaci di temporeggiare, ignorare e essere pazienti. E non si può negare che questo sia stato costantemente l’atteggiamento della classe dirigente russa durante i recenti anni di conflitto. Arrivare al punto di affermare che il limite è stato superato – cosa che Putin avrebbe poi ribadito nella sessione plenaria del vertice – significa che non ci sono più risorse da sprecare in un’attesa paziente; significa che l’Orso è stato risvegliato dal letargo nel momento sbagliato; significa che le conseguenze di queste azioni avranno un’importanza epocale.
Lavrov ha aggiunto un’altra cosa: «Siamo pronti a colpire l’Europa in modo esemplare, non come abbiamo fatto in Ucraina». Prendete nota di queste parole, cari amici europei. Rileggetele e riflettete sul loro peso. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Un professore italiano pone una domanda a Putin

Arriviamo ora a uno dei momenti più pericolosi della mia carriera. La sessione plenaria si è svolta, come da tradizione, alla presenza del presidente russo e con Fyodor Lukyanov a moderare. Ho preso la parola e ho posto una domanda in due parti:

«Vengo dall’Italia, un paese che attualmente non ha buoni rapporti con la Russia. In qualità di europeo, vorrei chiederle: quali condizioni porrà la Russia per lo sviluppo di un nuovo sistema di sicurezza per i paesi europei? E, se immaginiamo un’Europa post-Unione Europea, la considererà parte di un grande partenariato eurasiatico o, a suo avviso, gli Stati Uniti e la Russia saranno sempre in competizione per questi territori?»

Putin ha iniziato dalla seconda parte, e l’ordine non è casuale:

«L’Italia si trova, infatti, in Europa, e io sto parlando di un partenariato eurasiatico: va da sé, quindi, che considereremo – e già consideriamo – l’Italia anch’essa un partner eurasiatico».

Subito dopo, ha chiarito che il destino dell’Unione Europea, e la permanenza dell’Italia al suo interno, «non sono affari nostri». Mosca non intende nemmeno discuterne, perché qualsiasi commento in merito verrebbe interpretato come un tentativo di smantellare l’UE, «mentre noi non vogliamo smantellare assolutamente nulla. Vogliamo solo costruire e cooperare».
Sulle condizioni per un nuovo sistema di sicurezza, la risposta è stata chiara: «Non abbiamo precondizioni». L’ostacolo, a suo avviso, risiede dall’altra parte. Alcuni politici europei ritengono inaccettabile che un singolo Paese avvii un dialogo con la Russia, e Putin ha definito questa richiesta un diktat persino più severo di quello dell’era sovietica. Il paragone è stato accuratamente elaborato: l’URSS era uno Stato unitario e altamente centralizzato, le cui repubbliche facevano parte di un’unica struttura statale; l’Unione Europea, in teoria, non lo è, ma in pratica si comporta come se lo fosse. «Nessuno ce lo vieta; noi siamo pronti».

A quel punto, Lukyanov intervenne con un’osservazione provocatoria tipica di un moderatore esperto: dato che Bruxelles lo vieta, non sarebbe meglio contribuire un po’ alla disintegrazione dell’UE, in modo da rendere più facile trattare con i singoli paesi? La risposta arrivò senza esitazione:

«Ma non ce n’è bisogno – si disgregheranno da soli».

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Poi Putin si è rivolto direttamente a me. «Il nostro collega italiano lo sa meglio di noi», ha detto, e ha iniziato a snocciolare le cifre: debito pubblico italiano al 140%, disavanzo intorno al 3% e in altri paesi europei vicino al 5%. Le cifre erano arrotondate ma non lontane dalla realtà. Secondo l’Istat e Eurostat, alla fine del 2024 il debito pubblico italiano si attestava al 135,3% del PIL e il suo disavanzo netto al 3,4%. Il punto centrale del discorso, tuttavia, non riguardava le cifre decimali. Tutti i problemi partono dall’economia: il tenore di vita cala, la disoccupazione sale e i cittadini delle principali economie europee lo avvertono sulla propria pelle – e questo, ha detto, «mina anche le fondamenta stesse dell’Unione europea. Ma non sono affari nostri; noi non interferiamo».
Ha concluso ribadendo l’offerta in modo equilibrato: dialogo con l’Unione nel suo insieme, se l’Unione lo desidera, o con i singoli paesi, senza precondizioni.

«Ma non devono esserci precondizioni nemmeno da parte europea».

Cercare di cogliere la portata di queste parole, l’equilibrio politico che rivelano e la forza di uno statista che ha a cuore non solo il bene del proprio Paese, ma anche quello di un intero altro continente, è una vera lezione su cosa sia la politica.

Ascoltate l’intero discorso di Putin e capirete come, in meno di cinque minuti, sia possibile cogliere il declino di tutta l’Europa, in tutte le sue sfaccettature, ribadendo al contempo con malinconia che la Russia ha fatto tutto ciò che era in suo potere per offrire la propria assistenza. Ma le scelte degli europei spettano a loro, qualunque sia la bandiera che sventolino. La Russia rispetta e rispetterà sempre i principi fondamentali della propria politica estera e della propria tradizione politica. Niente messianismo miracoloso, niente salvatore improvvisato.
L’Europa – o meglio, gli europei di questa Europa – cosa intendono fare?

Rileggendo i miei appunti di viaggio

Rileggendo i miei appunti al mio ritorno, la prima cosa che salta all’occhio è la convergenza di opinioni. Lo stratega, l’economista, il ministro degli Esteri e il Presidente hanno espresso, ciascuno con parole proprie, la stessa valutazione: l’Europa di oggi ha esaurito il proprio credito con Mosca. La seconda cosa che salta all’occhio è che ciascuno trae una conclusione diversa da quella diagnosi.
Per Karaganov, la conclusione è coercitiva e assume un tono quasi escatologico: l’Europa ha avuto la sua occasione, e ciò che seguirà non è più una questione di diplomazia. Per Oreshkin, si tratta di un freddo e duro calcolo: l’Europa non vale l’investimento necessario per riconquistarla. Per Lavrov, si tratta di un ritiro diplomatico limitato, incentrato sulla struttura politica piuttosto che sul popolo. Infine, per Putin, la porta rimane aperta – ma verso i singoli Stati, non verso Bruxelles – accompagnata dall’aspettativa che l’erosione economica faccia il resto.
L’apparente contraddizione tra la posizione del «troppo tardi» dei primi tre e quella del «senza precondizioni» del quarto si risolve proprio nella caratterizzazione di Lavrov. Il risultato è una linea coerente, che definirei «bilateralizzazione»: Mosca non tratterà con l’Unione come entità politica fintanto che la sua attuale leadership rimarrà in carica; offre ai singoli Stati membri canali di dialogo senza precondizioni e lascia che siano le difficoltà interne dell’Europa a rendere tali canali attraenti. Il riferimento all’Italia come partner eurasiatico «già oggi» va inteso in questo contesto: non è una cortesia; è un’indicazione di quale interlocutore Mosca preferisca.
Non posso certo affermare che i quattro interlocutori d’eccezione avessero raggiunto un accordo – questo va da sé – ma ho trovato questa convergenza davvero «profetica». Valdai è sempre stato il luogo in cui l’ampiezza del dibattito russo viene mostrata a un pubblico straniero. Posso affermare che queste prospettive sono compatibili e si rafforzano a vicenda: la posizione dura di Karaganov fa apparire moderata l’offerta di Putin; i dati di Oreshkin conferiscono credibilità all’idea che Mosca non abbia bisogno di fare concessioni; e la formula di Lavrov bilancia fermezza e apertura.
La crisi del debito sovrano del 2010–2012 ha dato origine al Meccanismo europeo di stabilità e all’unione bancaria; la pandemia ha portato a Next Generation EU e al primo debito comune su larga scala. All’interno dell’Unione, le crisi hanno generato almeno tanta centralizzazione quanta frammentazione.

«Si disgregheranno da soli» è quindi una scommessa, non un’osservazione – anche se la scommessa costa poco a chi la fa: se l’UE rimane unita, Mosca ha almeno offerto il dialogo; se crolla, dispone già di canali bilaterali.
Gli indicatori da tenere d’occhio nei prossimi dodici-diciotto mesi sono piuttosto chiari. Il primo riguarda le visite bilaterali a Mosca dei capi di governo dell’UE, oltre alle precedenti visite di Viktor Orbán nel luglio 2024 e di Robert Fico nel maggio 2025. Il secondo è se l’unanimità reggerà durante i rinnovi semestrali delle sanzioni, dove basta un solo veto per aprire una crepa. Il terzo riguarda le deroghe nazionali alla tempistica per l’eliminazione graduale del gas russo. Il quarto – e per noi il più significativo – è la possibile apertura di un canale strutturato da parte di una capitale importante, tra cui Roma.

Cosa ne deduco? Da italiano, la frase che mi porto dietro non è quella sulla disintegrazione; è l’altra: «Consideriamo già anche l’Italia un partner eurasiatico». Contiene sia un’offerta che un’osservazione rivolta a noi. Se la porta che Mosca dice essere aperta è in realtà chiusa, è chiusa da questa parte – e non è stata Roma a chiuderla di propria iniziativa.
Per quanto tempo un Paese con un debito superiore al 135% del PIL può permettersi di lasciare che siano gli altri a decidere chi può parlare con chi? Nessuno a Mosca me lo ha chiesto. È una domanda che mi sono portato a casa da solo.

E ogni italiano di buona coscienza, ogni europeo che abbia ancora un cuore, conosce la risposta.

Traduzione dall’inglese di Piero Cammerinesi per LiberoPensare

6 Ottobre 2026

Fonte



 


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