La Pena di Morte in Diretta streaming? Mi sembra un’ottima Idea

NIDAL HASAN

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di Lavinia Marchetti

Vediamo ciò che permettiamo di fare dietro le quinte di una società

 

Ho letto che il Pentagono vorrebbe trasmettere in diretta streaming la fucilazione di Nidal Hasan, l’ex maggiore dell’esercito americano condannato a morte per la strage di Fort Hood. Pare che Trump, dopo aver inizialmente sostenuto la proposta, abbia cominciato a nutrire qualche dubbio. Comincio a credere che il suo dubbio nasca proprio dal motivo per cui io sarei d’accordo con la diretta. Le proteste, intanto, si moltiplicano. La morte mercificata, l’imbarbarimento, i supplizi pubblici. Tutte cose che oggi ci danno fastidio. Preferiamo farle nascondendole. Eppure, io credo che una fucilazione pubblica sia un’ottima idea. Anzi, mi spingerei oltre. Renderei obbligatoria la trasmissione pubblica di tutte le esecuzioni capitali, senza eccezioni.

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Naturalmente, sono contraria alla pena di morte.

Ed è proprio per questa ragione che vorrei vederla uscire da quelle stanzette asfittiche dove l’istituzione la nasconde e si nasconde, insomma, dove l’abbiamo relegata per consentirci la possibilità di dormire sereni la notte. Chissà se qualche innocente (nero) è mai stato giustiziato per errore. Sia mai, nella più grande democrazia del mondo.

Comunque, pensateci.

In fondo, la pena capitale, nel linguaggio del diritto, è semplicissima. Un tribunale la commina, poi viene confermata da qualche istanza superiore, dopo gli appelli che non funzionano quasi mai, e infine affidata a un funzionario che o tiene famiglia o è stato convinto di fare qualcosa di utile. Una successione di atti burocratici attraverso i quali l’omicidio, proprio perché commesso dallo Stato, va benissimo, è giusto, auspicabile.

Ai miei amici che mangiano carne consiglio spesso di visitare un mattatoio.

Io ci sono andata. Consiglio di assistere a una tonnara, di guardare un animale mentre comprende, con quella forma di intelligenza che continuiamo presuntuosamente a sottovalutare, che sta per morire. Vorrei che il consumatore incontrasse almeno una volta il processo materiale che rende possibile il proprio consumo. Che la bistecca tornasse, per qualche attimo, a essere un animale vivo. Che il tonno disposto sul ghiaccio restituisse alla nostra coscienza la violenza della sua cattura.

Troppo facile delegare il sangue.

Lasciare ai funzionari tutta l’agonia che precede, gli occhi di chi sta per morire. No, troppo facile affidare ad altri l’esecuzione concreta di ciò che abbiamo deciso essere perfettamente lecito. In fondo, quando si parla di pena di morte, non parliamo di agonia.

Le domande sono: quanto costa mantenere un detenuto? Quale metodo risulta più rapido? Quale produce minori sofferenze? Quanto ci mette a schiattare? Una volta stabilito il metodo, il condannato non è altro che la procedura che lo cancella. Possiamo persino darci pacche sulle spalle per l’umanità con cui abbiamo organizzato la sua eliminazione. La retorica sull’ultimo pasto. Molto umano. Come le guerre umanitarie. Identiche.

Vorrei che chi sostiene la pena di morte fosse costretto a misurare le proprie convinzioni con ciò che esse autorizzano. Che vedesse un essere umano respirare, aspettare, avere paura, essere legato, ricevere un proiettile. Vorrei sottrarre alla pena capitale quell’astrazione linguistica che permette di pronunciare la parola «giustizia» mentre questa si trasforma in cadavere.

E del resto, proprio mentre discutiamo scandalizzati dell’eventualità che gli Stati Uniti trasmettano in diretta una pena di morte, dovremmo forse domandarci quante esecuzioni abbiamo già visto sui nostri telefoni negli ultimi tre anni.

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Da Gaza arrivano immagini di esseri umani uccisi dalle operazioni militari israeliane dall’ottobre 2023. Bambini, donne, uomini. Corpi estratti dalle macerie. Persone che un momento prima erano vive e un momento dopo erano diventate fotografie. Abbiamo visto bambini bruciati, squartati, buttati a terra negli ospedali, ricoperti di sangue, operati senza anestesia. Insomma, quante pene di morte abbiamo visto in tre anni? Tutte in streaming o in differita. Centinaia? Migliaia? Quante ne abbiamo guardate mentre pranzavamo o scorrevamo distrattamente Facebook?

Immagino già l’obiezione del giurista dilettante, secondo cui quelle di Gaza sarebbero morti di guerra, mentre la pena capitale consegue a una sentenza. Certamente. È proprio la differenza che dovrebbe torturarci. Almeno Hasan, prima di essere fatto fuori, ha avuto un processo. Quale tribunale ha condannato il bambino palestinese che abbiamo visto morire sotto le macerie? Quale giudice ha pronunciato la sentenza contro una famiglia intera?

Sì, la categoria giuridica è differente, sicuramente, ma la capacità umana e/o animale di soffrire e morire rimane la stessa. Insomma, non ci vuole Foucault per studiare l’effetto che oggi avrebbe il pubblico supplizio e neanche per capire che il sovrano, allora, lo temeva perché eccitava le folle, forse anche contro di lui.

Chissà oggi che potrebbe succedere…

 

13 Ottobre 2026

Fonte


Lavinia Marchetti, biologa e filosofa politica che scrive su Gaza, i genocidi contemporanei, l’ideologia della guerra giusta, il corpo delle donne in guerra e le forme quotidiane di resistenza.

 

 

 


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