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Fine dell’Occidente o Rinascita della Civiltà occidentale?

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di Lorenzo Carrasco

Tra la crisi dell’“Occidente collettivo” e la costruzione di un nuovo ordine mondiale

La grande confusione sul destino dell’Occidente

Nel contesto delle profonde trasformazioni dell’ordine mondiale, aggravate dalle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, due interpretazioni apparentemente opposte si contendono la definizione del significato e del destino della civiltà occidentale. Da un lato vi sono coloro che, di fronte al declino dell’egemonia anglo-americana e all’ascesa delle potenze eurasiatiche, proclamano l’inevitabile fine dell’Occidente, che verrebbe sostituito da un nuovo ordine mondiale dominato da Cina, Russia e altri centri di potere. Dall’altro lato ci sono coloro che cercano di preservare la supremazia del cosiddetto «Occidente collettivo», identificando la sopravvivenza della civiltà occidentale con la conservazione delle sue strutture egemoniche politiche, militari e finanziarie.

Sebbene antagonistiche, entrambe le interpretazioni cadono nella stessa confusione fondamentale: identificano una civiltà millenaria con una struttura di potere storicamente transitoria. La civiltà occidentale non è nata con la NATO, l’Unione Europea o Wall Street. Le sue radici risalgono alla filosofia greca, al diritto romano e, in modo determinante, alla sintesi civilizzatrice operata dal cristianesimo.

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Allo stesso modo, l’Europa e l’Unione Europea non sono sinonimi.

La prima è una realtà storica composta da nazioni, culture e tradizioni spirituali che resistono da secoli. La seconda è una costruzione politica e istituzionale contemporanea che, concentrando progressivamente poteri sovranazionali, è stata giustamente accusata di allontanarsi dagli interessi e dalle aspirazioni dei popoli europei.

L’Europa delle vere nazioni non è scomparsa con l’istituzione delle istituzioni di Bruxelles. Né può essere ridotta alle decisioni della burocrazia dell’UE o alle direttive strategiche della NATO. La sua identità storica rimane legata al patrimonio greco-romano, al cristianesimo, alla fondazione delle università, allo sviluppo della scienza, alle grandi tradizioni giuridiche e alla diversità culturale dei suoi popoli.

Soprattutto, essa è associata al lungo processo medievale attraverso il quale si sono plasmate le comunità politiche europee e dal quale sarebbero poi emersi gli Stati-nazione, ancora radicati in una concezione cristiana dell’autorità politica, del diritto e del bene comune. In questo senso, l’Europa non è nata a Bruxelles: Bruxelles è semplicemente una recente costruzione istituzionale all’interno di una storia civilizzatrice ben più antica.

Marco Rubio al Partenone: quale Occidente vale la pena difendere?

Questa contraddizione ha assunto una dimensione particolarmente rivelatrice nel discorso pronunciato dal Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ad Atene il 7 ottobre 2026, sullo sfondo simbolico dell’Acropoli e del Partenone.

Rubio ha cercato di stabilire una continuità storica che collegasse l’antica Grecia, Roma, la cristianità europea e gli Stati Uniti, presentando questi ultimi come eredi di quella tradizione. Ha sottolineato la ragione, la scienza, l’eroismo, l’eccellenza e l’ambizione come attributi della grandezza occidentale, associandoli alla necessità di ripristinare la supremazia americana.

Eppure esiste una contraddizione fondamentale tra l’universalità dell’eredità greco-romana e cristiana e il suo utilizzo come giustificazione della supremazia di una potenza specifica. La Grecia non ha lasciato in eredità all’umanità solo l’esaltazione dell’eccellenza e della competizione. Attraverso Socrate, Platone e Aristotele, ha lasciato anche una profonda riflessione sulla verità, la giustizia, la virtù e la natura del Bene.

Roma ha contribuito con la sua tradizione giuridica, mentre il cristianesimo ha stabilito una concezione della dignità umana che trascende la nazionalità, la ricchezza e il potere.

C’è, inoltre, un’ironia storica nella cornice scelta da Rubio. Il Partenone fu vittima di uno degli episodi più noti di saccheggio culturale nella storia imperiale britannica. Tra il 1801 e il 1812, Lord Elgin, ambasciatore britannico presso l’Impero ottomano, organizzò la rimozione di una parte consistente delle sue sculture, che furono successivamente incorporate nel British Museum, dove rimangono tuttora nonostante le richieste di restituzione da parte della Grecia.

Tale era l’ammirazione per la civiltà greca che una delle più grandi potenze imperiali occidentali non si accontentò semplicemente di contemplarne i capolavori: si portò via le pietre e le sculture dei suoi monumenti più sacri.

Due secoli dopo, un rappresentante del potere americano torna simbolicamente nello stesso luogo per proclamare la grandezza occidentale. Eppure la vera universalità di una civiltà non si dimostra appropriandosi delle conquiste altrui, ma rispettando i popoli che le hanno prodotte.

Platone contro Trasimaco: la giustizia non è il diritto del più forte

Anche questa contraddizione merita di essere esaminata alla luce dell’influenza del filosofo politico tedesco Leo Strauss e di alcune interpretazioni della filosofia classica all’interno del pensiero neoconservatore americano. Alcuni intellettuali neoconservatori che invocano Platone sembrano aver dimenticato la lezione fondamentale de La Repubblica, in particolare il dialogo del Libro I in cui il sofista Trasimaco sostiene che la giustizia sia il vantaggio del più forte. In altre parole, i governanti stabiliscono leggi secondo i propri interessi e si aspettano che coloro che governano riconoscano come giusto tutto ciò che avvantaggia chi detiene il potere.

È proprio questa identificazione della giustizia con la forza che Socrate contesta, sostenendo che l’autorità dovrebbe essere orientata verso il bene di coloro che sono affidati alle sue cure. Con ciò non si intende attribuire direttamente la dottrina di Trasimaco a Strauss, ma piuttosto riconoscere che alcune interpretazioni politiche dell’eredità classica sembrano più vicine alla concezione del sofista che alla critica socratico-platonica.

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Questa contraddizione è diventata particolarmente evidente dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991. Anziché cogliere quell’opportunità storica per costruire un ordine cooperativo, Washington ha abbracciato la prospettiva di una supremazia unipolare prolungata, accompagnata dalle cosiddette «guerre infinite».

L’espressione più inquietante di questa concezione si è manifestata nell’aprile del 2026, quando Donald Trump, durante il confronto con l’Iran, ha pubblicamente minacciato la scomparsa di un’intera civiltà.

La minaccia contro l’antica civiltà persiana rappresenta una contraddizione morale rispetto agli stessi principi universali proclamati nella Dichiarazione d’Indipendenza americana, fondati sulle leggi della natura e del Creatore.

La giustizia non deriva dal potere, né la verità si afferma con la forza. È il potere che deve sottomettersi alla verità, alla giustizia e al bene comune.

La vera civiltà occidentale e le sue radici cristiane

Di fronte a queste contraddizioni, diventa essenziale recuperare una definizione rigorosa di civiltà occidentale.

La sintesi tra filosofia greca, diritto romano e cristianesimo ha posto le basi per una concezione della società in cui l’autorità politica non è fine a se stessa, ma deve essere orientata alla realizzazione del bene comune.

Questa eredità ha trovato un’espressione moderna particolarmente importante nella Dottrina sociale della Chiesa cattolica, dall’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII ai grandi documenti sociali del XX e XXI secolo. La dignità umana, la legge naturale, la solidarietà, la sussidiarietà e la destinazione universale dei beni costituiscono principi essenziali di questa tradizione.

Questi fondamenti acquisiscono oggi una rilevanza straordinaria, proprio perché la crisi globale non è meramente economica, finanziaria, politica o militare. Si tratta, in ultima analisi, di una crisi spirituale, che si manifesta nella perdita dei principi morali e trascendenti che dovrebbero guidare l’esercizio del potere e l’organizzazione della società.In questo senso, la Dottrina sociale della Chiesa offre fondamenti di notevole rilevanza per la costruzione di un ordine mondiale veramente multipolare.

Nell’enciclica Pacem in Terris (1963), Giovanni XXIII sostenne la necessità di un’autorità pubblica mondiale capace di promuovere il bene comune universale, sottolineando che la sua legittimità dovesse derivare dal consenso tra le nazioni, mai dall’imposizione delle grandi potenze.

Il Concilio Vaticano II, nella sua costituzione pastorale Gaudium et Spes (1965), sviluppò ulteriormente questa concezione, mentre Paolo VI, nella sua enciclica Populorum Progressio (1967), collegò la costruzione di un ordine giuridico universale allo sviluppo integrale di ogni essere umano e di ogni popolo.
Si tratta di una concezione radicalmente diversa da qualsiasi governo mondiale oligarchico o imperiale. L’autorità internazionale legittima non deve sopprimere la sovranità delle nazioni, ma piuttosto garantire le condizioni per la sua piena realizzazione all’interno di una comunità internazionale cooperativa.

L’eredità iberica e l’identità civilizzatrice dell’Ibero-America

Per noi, popoli dell’Ibero-America, questa riflessione riveste un significato speciale.

Siamo eredi di una tradizione di civiltà che, a partire dai grandi viaggi portoghesi e spagnoli del XV e XVI secolo, ha portato il cristianesimo oltre i confini dell’Europa, dando origine a nuove società formatesi dall’incontro tra popoli europei, indigeni e africani.

Questo processo non può essere ridotto alle categorie del colonialismo mercantile, sebbene sia stato accompagnato da guerre di conquista, sfruttamento e gravi ingiustizie. Ciononostante, la tradizione iberica ha anche prodotto una straordinaria riflessione sui diritti naturali dei popoli, in particolare attraverso Francisco de Vitoria e la Scuola di Salamanca, che stabilirono importanti limiti morali alla conquista e all’esercizio del potere.

È necessario distinguere questa dimensione civilizzatrice dai sistemi di dominio mercantile associati all’ascesa delle potenze anglo-olandesi, specialmente a partire dal XVI e XVII secolo, con le loro compagnie commerciali autorizzate, i monopoli, la corsara, la pirateria e la crescente concentrazione del potere finanziario.

Naturalmente, anche le stesse monarchie iberiche si sono lasciate andare a pratiche coloniali coercitive. La distinzione essenziale non sta nell’assolvere alcuni e condannarne altri, ma nel riconoscere la differenza tra i principi universali di una civiltà e gli interessi particolari degli imperi che pretendono di rappresentarla.

L’Ibero-America, erede di questa tradizione cristiana e arricchita dalla propria diversità culturale, ha un contributo unico da dare alla costruzione di un nuovo ordine mondiale.

Leone XIV in Francia: l’Europa cristiana è ancora viva

Nel contesto della crisi esistenziale delle attuali strutture politiche europee, la visita apostolica di Papa Leone XIV in Francia nel settembre 2026 offre un segno significativo della vitalità delle radici cristiane del continente.
Le imponenti manifestazioni di benvenuto al Pontefice, in particolare la partecipazione dei giovani, hanno contrastato con l’immagine di un’Europa la cui secolarizzazione avrebbe, a quanto pare, sradicato una volta per tutte la sua identità religiosa.

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L’entusiasmo manifestato in Francia non dimostra, di per sé, l’esistenza di una rinascita cristiana generalizzata in tutta Europa. Tuttavia, rivela che la tradizione religiosa rimane in grado di mobilitare settori significativi della società, comprese le giovani generazioni.
Questo fenomeno acquista particolare rilevanza in un continente segnato da crisi economiche, da una fiducia in calo nelle istituzioni e da una crescente insoddisfazione nei confronti delle politiche governative, specialmente nei settori dell’energia e degli affari esteri.
La Francia offre un esempio lampante di questa contraddizione. Pur mostrando una notevole vitalità religiosa, è anche teatro di tensioni sociali che, in determinate circostanze, sfociano in scontri violenti, compresa la più che prevedibile partecipazione dei cosiddetti «Black Blocs».
Non pochi osservatori li considerano gruppi paramilitari deliberatamente finanziati e addestrati sul modello delle reti dell’Operazione Gladio della NATO degli anni ’70 e ’80, specificamente per infiltrarsi nelle legittime proteste popolari e provocare tensioni sociali e politiche, con l’obiettivo di giustificare una severa repressione da parte dei governi dei paesi interessati.

I governi europei dovrebbero riconoscere i rischi di una crescente frattura tra le loro istituzioni e le aspirazioni delle loro popolazioni. L’incapacità di rispondere a legittime rivendicazioni sociali può favorire processi di radicalizzazione, violenza e repressione.
Il rinnovamento spirituale, a sua volta, può contribuire a ricostruire la coesione sociale, la solidarietà e la fiducia, a condizione che non venga trasformato in uno strumento di scontro politico. Soprattutto, la visita di Leone XIV ci ricorda che l’Europa cristiana non è scomparsa con la secolarizzazione delle sue istituzioni politiche.

L’Unione Europea non è l’Europa, così come il cosiddetto «Occidente collettivo» non è la civiltà occidentale.

Il grande bivio: guerra globale o ordine mondiale cooperativo

Non si tratta, quindi, di una discussione meramente accademica sul significato storico dell’Occidente.
Il modo in cui le grandi potenze concepiscono la propria identità civile e i propri rapporti con gli altri popoli ha conseguenze dirette sulla guerra, sulla pace e sull’organizzazione dell’economia mondiale.

Se dovesse prevalere la concezione secondo cui la grandezza di una civiltà si misura in base alla sua capacità di dominare gli altri, l’emergere di un mondo multipolare potrebbe trasformarsi in un confronto permanente tra centri di potere rivali.
In uno scenario del genere, il declino dell’egemonia anglo-americana e l’ascesa delle potenze eurasiatiche potrebbero portare, non a un ordine internazionale più giusto, ma a una guerra globale con conseguenze potenzialmente devastanti.
L’alternativa sta nel superare il principio stesso dell’egemonia come fondamento delle relazioni internazionali.
La Legge Naturale e la Dottrina Sociale della Chiesa offrono principi per immaginare una comunità di nazioni pienamente sovrane, impegnate nello sviluppo integrale dei propri popoli all’interno di un ordine giuridico internazionale legittimo e cooperativo.
Il recupero delle radici cristiane della civiltà occidentale non deve significare il ripristino della supremazia imperiale, ma piuttosto la riaffermazione del suo contributo universale alla dignità umana, alla giustizia e al Bene Comune.
Lo stesso principio deve guidare le potenze eurasiatiche: nessuna civiltà ha il diritto di imporre unilateralmente i propri interessi all’umanità nel suo insieme.
La crisi contemporanea è, in ultima analisi, spirituale, poiché riguarda i fondamenti morali stessi che dovrebbero guidare l’esercizio del potere.
Superarla richiede di recuperare la lezione che Socrate contrappose a Trasimaco: la giustizia non può essere ridotta al vantaggio del più forte.
Tra uno scontro che potrebbe sfociare in una guerra mondiale e una comprensione capace di instaurare un ordine mondiale cooperativo, fondato sulla Legge Naturale e sulla dignità delle nazioni, si trova il grande bivio del nostro tempo.

Ed è proprio a questo bivio – non nella lotta per la supremazia tra Occidente e Oriente – che è in gioco il vero destino della civiltà.

3 Novembre 2026

Traduzione di Piero Cammerinesi per LiberoPensare

Fonte


Lorenzo Carrasco è presidente dell’associazione “Solidarietà Iberoamericana” (MSIa) e della casa editrice Capax Dei.

 

 

 

 


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