Compagni di percorso

6714Vi sono a volte delle tangenze che ci avvicinano al mondo di chi ha passato la soglia e con cui abbiamo condiviso un tratto del percorso terrestre.

Forse perché l’essere in questione in quel momento sta ripercorrendo a ritroso il tracciato della sua vita e magari in quel giorno rivive esperienze che abbiamo in comune con lui.
Così avviene che ad un tratto la memoria, o meglio, la presenza interiore della persona si affacci prepotentemente all’anima.
Così è avvenuto con te Andrea, amico che da lungo tempo non percorri più i sentieri terrestri.

Ma oggi che ti sento vicino voglio parlare di te.

Massimo Scaligero, il nostro comune Maestro, era improvvisamente mancato nella notte del 25 Gennaio e, la mattina dopo, una lunga processione di amici era in attesa di vederlo per un’ultima volta a casa sua.
Era una radiosa giornata di sole invernale, la tramontana aveva spazzato via ogni nuvola ed il cielo di Roma era terso e splendente. Uno stridente contrasto con quanto portavamo dentro di noi, afferrati dal dolore per una perdita tanto improvvisa quanto devastante.
Il sole esteriore splendeva in cielo ma nelle nostre anime vi era il buio, lo stupore attonito di un’eclissi interiore.
Certo, potevamo ben dirci che il suo essere si era liberato dai ceppi della materia e si stava innalzando luminoso e vittorioso nel Cosmo spirituale ma, ahimè, la nostra parte umana doleva e scalciava come un cavallo impazzito.
Tributato l’omaggio all’Eroe solare, immobile nel suo semplice giaciglio, scesi in strada e ti vidi, Andrea.
Camminavi letteralmente piegato in due, come se un maglio gigantesco ti avesse spezzato la spina dorsale e non fossi più in grado di riprendere la posizione eretta.
Poche parole di circostanza, eravamo attoniti e svuotati di ogni voler dire.
Poi ti allontanasti, sempre curvo e, nella mia anima, ebbi un flash, un’immagine del destino spietato che ti avrebbe raggiunto.
Purtroppo, poco tempo dopo, emersero effettivamente i sintomi della sclerosi progressiva e la tua vita imboccò un sentiero doloroso e irreversibile.
Ma dei tanti ricordi che mi attraversano l’animo, uno in particolare mi ha sempre accompagnato, caro Andrea.
Sono venuto, anni dopo, a trovarti con un amico, nella struttura specializzata nelle Marche dove eri ricoverato, ormai inchiodato a letto per sempre.
Entrammo in quell’ostello di dolore e, cercando il tuo letto, percorremmo una sala piena di persone nelle tue condizioni che ci guardavano con uno sguardo particolare, come se fossimo degli alieni.
Sentivo il peso di quegli sguardi, quasi che il mio star bene fosse oltraggioso nei confronti della loro malattia. Come se non meritassi quello che avevo avuto in sorte dalla vita.
Ti trovammo e, parlando di quegli sguardi e della tua condizione tu mi dicesti poche parole che rimasero per sempre scolpite nel mio animo: “tu cammini, ti rendi conto di che significa, tu puoi camminare”.
Ecco, da quel giorno un gesto che diamo per scontato, che fa parte del nostro inconscio essere nel mondo - quante volte ringraziamo il Cielo di poter camminare? - è diventato per me un motivo di consapevolezza e di gratitudine nei confronti del Destino.

Tu cammini, tu puoi camminare.

Per anni facendo la mia ora di corsa giornaliera ho dedicato a te quel dono che avevo ricevuto dalla vita dicendoti dentro di me “ecco, Andrea, non solo cammino, ma corro e lo faccio anche per te”.
Arrivederci Andrea e che il cammino ti sia lieve.

* * *

Viandante, non esiste il cammino,
il cammino si fa camminando.
(Antonio Machado)

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Ultima modifica il Martedì, 24 Ottobre 2017 19:04
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Piero Cammerinesi
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