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di Giorgio Cattaneo
Prima, a farla da padrone c’era l’esercito del mainstream.
Poi è arrivato il web: i primi blog, YouTube. Si sono levate alcune voci eretiche: Giulietto Chiesa, Massimo Mazzucco, sul fronte politico-finanziario Paolo Barnard. Hanno parlato forte e chiaro, dando fiato a un dissenso democratico di nuovo tipo, non più incasellabile nella decrepita e ormai inattendibile dicotomia destra-sinistra. Nel frattempo, i social hanno iniziato a dilagare. E accanto alle voci autorevoli sono spuntate, a decine, quelle degli improvvisatori senza storia, privi di curriculum.
Con l’evento Covid, poi, il fenomeno è letteralmente esploso. L’esasperazione generale ha dato il via libera a veri e propri guru, influencer-tuttologi vaticinanti, dallo stile tipicamente religioso: è diventato trendy criminalizzare l’avversario semplicemente evocando le sue eventuali malefatte, senza più nemmeno affaticarsi a dare spiegazioni per mettere a fuoco fatti e retroscena.
Giorno per giorno, grazie al solenne tradimento della politica e alla brutalità della dittatura pandemica, imposta a reti unificate col contributo dei grandi media a libro paga del governo, è cresciuta la popolarità di vocianti oppositori improvvisati, pronti a sbranarsi subito tra loro per disputarsi millimetri di visibilità esclusiva. Dopo gli anni ruggenti del grillismo totalizzante, il fanatismo dei post-grillini – orfani dell’Elevato e del suo Movimento – si è variamente declinato a livello psico-politico: dal boom dell’astensionismo palingenetico (“Si arrenderanno, quando avremo tutti smesso di votare”) si è arrivati al giustizialismo altrettanto escatologico, condito con salsa “sovranista” e incarnato dal totem di Donald il Magnifico. Lui, il gaudente miliardario progressista, massone newyorkese di fede “dem”, improvvisamente truccato da bacchettone tradizionalista e travestito da Robin Hood, pronto a sfidare la Spectre del Male per la felicità del cittadino medio, americano e non.
Di fronte alla deprimente ingenuità dei fanta-trumpiani in buona fede, si staglia – a tratti isolata – la voce di Mazzucco, fin dall’inizio concretamente realista: bene il ritorno di Trump per l’arrivo di Kennedy alla sanità e per la possibile fine della guerra con la Russia; male, invece (anzi, malissimo) per i poveri palestinesi. Peraltro, The Donald ha superato se stesso: ha massacrato e umiliato anche i venezuelani, arrivando a rapire il presidente Maduro. Ha bombardato l’Iran e ora si appresta al secondo round. Ha colpito gli stessi Houthi dello Yemen e supportato le operazioni di macelleria condotte da Israele in Libano, anche con omicidi mirati. Per non parlare della Siria, dove al posto del laico Assad i nostri eroi hanno insediato il terrorista islamista Al-Jolani. Con un ulteriore sfregio al senso della lealtà, ora lo spregiudicato Trump sta abbandonando al loro destino anche i valorosi combattenti curdi del Rojava, il nord-est siriano, fieramente ostili all’Isis e a lungo protetti dagli Usa.
Soltanto un cieco potrebbe non vedere quello che sta accadendo: e proprio i ciechi, infatti, se la prendono con chi osa segnalare le cattive notizie, quelle scomode.
Più la verità fa male, più i non vedenti si innervosiscono e quindi alzano la voce.
Qualche giorno fa, una attempata signora (devota seguace di uno dei più pirotecnici ayatollah del trumpismo nostrano) in un commento sulla pagina Facebook del suo guru ha addirittura insultato Mazzucco definendolo “venduto” e dichiarando che lo prenderebbe volentieri a ceffoni. Ecco il bel risultato dei novelli maître à penser apodittici, di stampo religioso, dispensatori di certezze reiterate all’infinito attraverso video-maratone oratorie e conferenze tra gli osanna dei fedeli.
Tutte modalità messianiche praticate con valenza quasi rituale, come per costruire e alimentare precise eggregore, tra il ridicolo e l’inquietante: noi siamo il bene, loro sono il male.
Se poi si arriva a condannare come “nemico del popolo” uno come Mazzucco, reo di lesa maestà trumpiana, allora siamo giunti ben oltre il delirio. A Massimo, l’opinione pubblica non asservita e dotata di un briciolo di onestà intellettuale dovrebbe innanzitutto dire grazie: se non altro per l’impegno civile dimostrato in tanti anni di coraggiosa militanza giornalistica. Proprio a lui dobbiamo i primi squarci di verità sull’11 Settembre, ma anche sulle cure oncologiche altenative, sulla storia della persecuzione della cannabis, sull’assordante silenzio imposto per decenni al fenomeno della “visita aliena”. Grazie a Mazzucco abbiamo scoperto che erano false, le testimonianze filmate dello storico “allunaggio” del 1969, allora trasmesse in mondovisione. E durante il bienno del terrore sanitario abbiamo appreso che le terapie “proibite” furono appositamente nascoste per poter varare, come unica risposta emergenziale, i noti sieri genici. Ancora: è stato Massimo a mettere in fila le evidenze a dimostrazione del fatto che, dell’infame 7 Ottobre, il governo Netanyahu sapeva tutto con largo anticipo.
Ai tempi, Paolo Barnard attestò in modo cavalleresco la nobiltà dell’impegno civile di Giulietto Chiesa: passare dalla parte dell’anti-mainstream gli costò moltissimo. Per decenni nel gotha del giornalismo nazionale, il prestigioso Giulietto dovette dire addio a circuiti editoriali e redditizi salotti televisivi, di colpo liquidato come visionario “complottista”.
Su un altro piano, anche Mazzucco ha pagato un prezzo elevato: allievo di Toscani, era a suo agio nel dorato mondo del fashion. L’aver varcato il Rubicone (quando i fanta-trumpiani di oggi andavano ancora all’asilo) ha significato dire addio per sempre anche a quella che era stata la sua seconda vita: lavorava come sceneggiatore hollywoodiano negli studios di Los Angeles. Ora, il fatto che i nostri eroi civili vengano insolentiti dal primo cretino che passa, abbagliato dalle ciance dell’apologeta trumpologo di turno, la dice lunga sullo stato dell’arte: da una parte abbiamo Meloni, Calenda e Schlein, dall’altra i pirla che si sparano sui piedi credendo di compiere un gesto eroico.
Scuote le coscienze l’ultimo scandalo americano, gli omicidi commessi dagli “squadroni della morte” mobilitati da Trump per arginare l’immigrazione clandestina. A un abuso inaccettabile (l’aver gonfiato le periferie di delinquenti per aumentare l’insicurezza sociale radendo al suolo le residue certezze della classe media, dei lavoratori comuni) si risponde con un arbitrio equivalente, benché di segno opposto, ovvero la barbarie della classica violenza di Stato: lo sparare nel mucchio, l’esporre i cittadini allo strapotere di inquietanti energumeni armati fino ai denti.
In un caso e nell’altro, il risultato è il medesimo: rabbia, angoscia e paura.
Sono in campo due parti, entrambe estremiste: l’ultrasinistra di potere, “sorosiana” e golpista, che usa i migranti come inconsapevoli soldati della disgregazione sociale, e dall’altra parte della barricata l’intolleranza muscolare, fascistoide e razzista. Due modi per ottenere lo stesso risultato: indebolire la società occidentale, per ottenerne l’obbedienza. Come se, a monte, il vero azionista (occulto) fosse il medesimo.
Qualche giorno fa, sul web, alcuni analisti hanno correttamente fatto osservare che il legittimo istinto di autoconservazione nazionale esplicitato negli Usa dal movimento Maga, Make America Great Again, in realtà era stato sostanziato già dal vecchio Joe Biden con le epocali agevolazioni per il rimpatrio dell’industria, introdotte verso la fine del suo mandato. Con gli attuali dazi, Trump avrebbe solo completato l’opera. Ovviamente inascoltato dalle opposte tifoserie, troppo occupate a insultarsi, all’indomani delle furiose polemiche per i brogli elettorali del 2020 Gioele Magaldi aveva chiarito: preso atto che la Corte Suprema non avrebbe invalidato la vittoria ufficiale di Biden, i circuiti supermassonici pro-Trump accettarono l’idea di una sostanziale co-gestione del potere, attraverso una comune cabina di regia. Obiettivo strategico di entrambe le fazioni: salvare gli Stati Uniti dalla catastrofica crisi economica incombente e ridimensionare l’ascesa della nuova Cina, grande concorrente da loro stessi creato.
Spiega sempre Magaldi: quello che i leoni da tastiera e i complottisti della porta accanto chiamano ancora Deep State, dagli addetti ai lavori è invece definito “back office”, retrobottega (squisitamente massonico). Il termine “State”, in effetti, è improprio perché limitante: a essere Deep, come sappiamo, è un potere sovranazionale apolide, non certo confinato entro singole, ristrette frontiere. E comunque, se proprio vogliamo usare l’espressione “Stato Profondo”, non possiamo non sapere che una parte di esso, negli Usa, è chiaramente schierato con Trump: senza quell’appoggio, The Donald (già sopravvissuto per miracolo a vari attentati) non avrebbe scampo.
Eppure vari opinion leader, in Italia, oggi insistono nel sostenere sui social che il loro Donald lotterebbe “contro il Deep State”, come se il “back office” fosse un monolite piramidale. Questo non fa che fornire una radiografia impietosa del totale analfabetismo politico al quale siamo approdati, per la gioia di chiunque voglia farci seriamente del male.
Forse, tanti falsi guru nemmeno se ne accorgono: eppure hanno dato un contributo decisivo al rincoglionimento politico generale, sabotando la vitalità intellettuale del dissenso. Fanatizzati come sono (meglio: fanatizzanti), continuano a fare danni anche in un momento come questo, in cui l’impero atlantico getta la maschera e ricorre ai missili e alle portaerei, ma senza astenersi dal reiterare il suo imbarazzante, preteso suprematismo democratico.
Per i devoti, beatamente prigionieri dei paradisi artificiali creati dal trumpismo metafisico, va bene così. Il loro metodo è sacro: demonizzare il nemico e divinizzare il Capo, qualunque bestialità commetta. Evidentemente illuminato dall’alto, o meglio dall’Altissimo, saprà sicuramente come agire: tu non sai perché lo fa, ma lui sì.
Questa però non è più politica: siamo ormai nel territorio fatato del soprannaturale, dove tutto può accadere. Persino che i farabutti vengano osannati come liberatori, e che a beccarsi del cornuto sia un generoso come Massimo Mazzucco.
L’ex fotografo ed ex cineasta si è provvidenzialmente vincolato all’obbligo di documentare rigorosamente ogni sua singola affermazione, a differenza dei guru idolatrati dai dementi che oggi lo contestano.
La postura di Massimo esprime oltretutto una suprema bellezza (ebbene sì, è il caso di scomodare l’estetica, che è l’anticamera dell’etica). La possiamo chiamare: sincerità assoluta. Consiste anche nel coltivare da qualche parte, in fondo al proprio animo, una recondita, segretissima e folle speranza: nella teorica possibilità di aver avuto torto, di essersi sbagliati, di non aver capito niente.
Quelli come Massimo sarebbero immensamente felici di scoprire di aver preso una clamorosa cantonata, nell’attribuire al potere chissà quali colpe.
Ecco: di questo candore irriducibile, di questa pulizia morale si avverte la dolorosa mancanza, ogni giorno di più, in mezzo alla stomachevole deriva in cui nuotiamo, affollata di volgari criminali politici.
Siamo assediati da spudorati stragisti democratici e pericolosi cialtroni in malafede, traditori e ladri di futuro. Ci mancavano solo loro, i poveri illusi che aspettano di essere salvati dal Grande Cocomero.