La manifestazione e il mondo materiale, che percepiamo con i nostri sensi, sono il risultato del collasso (precipitazione) nella nostra coscienza di un pensiero prevalente. Attraverso la nostra mente si materializza come una delle infinite possibilità potenziali disponibili all’origine. La coscienza umana contribuisce, quindi, a creare la realtà, utilizzando ciò che la mente crede essere vero e reale. Questo processo viene amplificato quando viene instillato nella coscienza collettiva. Manipolare la mente collettiva ha lo scopo di controllarne la percezione e quindi la visione.

La visione del mondo

La visione della realtà, della vita e del mondo che ne scaturisce è il frutto del paradigma mentale vigente. Quindi, è inevitabilmente legata emotivamente a noi stessi e dipende dal grado di evoluzione della nostra coscienza. Evoluzione che non dipende dai nostri titoli di studio e/o dai nostri ruoli istituzionali, sociali, accademici e tanto meno dal prestigio che ne deriva. Gli esempi nella storia anche recente si sprecano. La stragrande maggioranza delle persone è inconsapevole del suo mondo interiore, del suo potere creativo e spesso del suo scopo nella vita. Si lasciano vivere nelle comodità, seguono modelli, schemi assorbiti passivamente. L’individuo percepisce sé stesso di un’incredibile importanza. Se ammettesse che non ha alcuno scopo, s’ingannerebbe subito e direbbe: “non è vero, devo mangiare, guardare la tv e godere dei piaceri sensoriali”.

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Abbiamo una lente convessa che concentra su di noi tutto ciò che ci succede di bene e di male attorno sul nostro piccolo ego. Questo è il livello più basso della nostra coscienza umana. Non siamo generalmente interessati a risvegliare la propria coscienza. Perché dovremmo superare la convinzione, costruita in una vita, che il nostro ego è supremamente importante e completo. Solo perché rispondiamo e appaghiamo standard sociali che alimentano tale convinzione. Siamo evidentemente intossicati di individualismo che privilegia una relazione asimmetrica fra individui che è di tipo gerarchico, arcaico.

Il piccolo pesce

La musica fornisce un esempio interessante da questo punto di vista, di ciò che voglio esprimere. Un musicista quando suona una scala maggiore, con il piano forte o con qualsiasi altro strumento, entra in una “fase di intreccio con la musica” che sta suonando. Vi si perde e non può più essere distinto e separato dallo strumento.

Dal punto di vista della Vita, in quel preciso momento esistenziale sta rilasciando una piccola frazione del potenziale in una forma manifesta di realtà sensoriale. La maggior parte delle persone non è consapevole e non sta compiendo il proprio scopo. Lo scopo, tuttavia (contribuire alla sinfonia della vita) si sta, comunque, compiendo in noi. Proprio come un piccolo pesce azzurro o come il plancton. Non vedono alcuna funzione reale a livello individuale (fornire proteine ai pesci più grandi della catena alimentare), aldilà dei confini del suo piccolo ego. Sebbene il suo scopo lo stia compiendo nel sistema biologico cui partecipa (catena alimentare).

Percepisce soltanto quella forza inconscia atavica che lo fa nuotare, riprodursi e lottare per la sopravvivenza. Legge tutto ciò che succede attorno a esso come rivolto ad esso stesso, nel bene o nel male. Oltre a questo non può andare. Qual è differenza fra un piccolo pesce e l’uomo? Da questo punto di vista biologico non è percettibile, quando l’essere umano decide di lasciarsi vivere, invece di vivere. Come il piccolo pesce, qualsiasi cosa l’uomo compia, inevitabilmente, compirà il suo scopo.

Lo scopo

Come il piccolo pesce non vogliamo essere privi di scopo, altrimenti ci sentiamo morire. Allora ci convinciamo che stiamo facendo qualcosa d’importante in qualsiasi caso, a maggior ragione, perché magari accumuliamo denaro, potere e fama. Ma in realtà in cuor nostro sappiamo bene che di costruttivo, originale e propositivo facciamo gran poco. Sappiamo nel profondo che non abbiamo bisogno di dipendere da nulla. E’ in ciò che diamo, cui ci arrendiamo e ci sacrifichiamo che genera valore per la nostra esistenza. Qualsiasi cosa facciamo, in qualsiasi modo cerchiamo di sfuggirvi, comunque, noi compiamo il nostro scopo. Il nostro scopo nasce con noi, anche se la morte arriva subito dopo.

Il limite dei nostri sensi

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Ciò che possiamo fare è comprendere che ciò che vediamo è dovuto ai limiti dei nostri sensi e al grado di evoluzione della nostra coscienza. E che ciò può essere vissuto sia come un peso insopportabile (ciò che vediamo è tutto ciò che esiste). Oppure può essere una porta o molte porte verso l’ignoto.

Il nostro “Brave New World”

Generalmente, quando iniziamo ad avere una certa idea del nostro scopo e del significato, costruiamo un muro attorno ad essi, un muro privo di accessi. Conosciamo tutti il mistero dell’orizzonte e il limite dell’osservazione, il limite dei nostri sensi, della lunghezza d’onda della luce e del suono che possiamo percepire.  Eppure c’è molto di più di quello che possiamo vedere e sentire con i sensi.

L’orizzonte

L’orizzonte non può mai essere raggiunto, è sempre lì. Non potrebbe essere lo stesso con la nostra mente? Evidentemente c’è un limite anche su ciò che possiamo concepire in quel preciso momento. Il nostro orizzonte diventa così il muro protettivo, invalicabile e impenetrabile. Spesso mi succede di parlare di cose note e documentate con persone qualificate che, tuttavia, non essendone informate ne negano a prescindere, stizzite l’esistenza. Solo perché non ne sono venute a conoscenza. Non sono interessate a verificare, ma a difendere la loro posizione acquisita di potere. Allora, quale può essere il nostro scopo in un campo di concentramento, con tanto di filo spinato? Un “Brave New World” di Aldous Huxley, che ci costruiamo da soli?

E’ proprio là che può iniziare ciò che chiamiamo la “vita interiore” o come si preferisce definirla. Iniziare a cercare d’andare verso e oltre gli orizzonti della nostra mente. Cercando di vedere oltre i nostri scopi di base (inconsci) che definiamo per noi stessi, rimandone avvinghiati.

Scaricare le zavorre emotive

Per fare questo e cominciare a vedere e percepire oltre, è necessario scaricare e abbandonare i nostri scopi materiali e mentali. Convinzioni che abbiamo caricato sulle spalle e verso cui siamo legati emotivamente. Scopi protettivi che usiamo per sentimentalizzare le nostre vite. Respingendoli, cominciamo ad andare oltre e oltre l’orizzonte della nostra mente. Superando il limite della concettualizzazione, si procede alla ricerca del prossimo collegamento che ci congiungerà con l’ignoto.

Una gran parte dell’umanità si è, ormai, convinta che non esista alcuno scopo aldilà di quello materiale e si lasceranno vivere, senza cercarlo mai. L’altra parte è convinta che esista e andrà attraverso migliaia di scopi. Migliaia di passaggi di orizzonte sempre in un’espansione progressiva che non arriveranno mai ad una fine. Questo giustifica tutte le filosofie, le religioni, devozioni, ecc. Perché ciascuno ha la sua via e il suo modo. Il suo livello di coscienza, il suo grado di concettualizzazione e il suo punto di vista culturale.

Il viaggio dell’uomo (religioso)

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Tuttavia, è proprio questa “ricerca agonizzante” di uno scopo, di una risposta che dia significato e interesse, dia sicurezza, che causa l’intero viaggio religioso dell’uomo. Lo ha intrapreso e lo intraprende per scomporre la domanda che sorge costantemente dentro di se stesso. La maggioranza è sempre andata e sempre andrà per la via più facile. Quella di porsi la domanda, di continuare a tenerla seppellita e farla dormire. Lo scopo sta nella ricerca, nel processo, non nella sua giustificazione e/o protezione.

Il piccolo pesce e l’uomo

Questa è la differenza fra il piccolo pesce e l’uomo. Il piccolo pesce non può cercare il suo scopo. L’uomo se vuole può. Può imparare a rispondere anche alle richieste, riconoscendole, che le circostanze della vita ci inviano costantemente. Noi, spesso, non vogliamo vederle e le lasciamo cadere. Se l’uomo non diventa consapevole del suo mondo interiore, ma si lascia vivere, confluirà in uno dei recinti mentali che il sistema predispone anticipatamente. Sviluppare il pensare critico è la chiave.

Le tre sindromi collettive post Covid

A seguito dell’operazione mentale Covid-19, infatti, possiamo riconoscere nella popolazione tre grandi sindromi, frutto del lasciarsi vivere:

  • quella di Stoccolma,
  • quella della “capra giuda” e
  • quella della “gallina di Stalin”

 

27 Aprile, 2026


Leonardo Guerra, laurea in biologia molecolare con tesi sperimentale sul mRNA nel 1982 c/o UNIFE.
Ho ricoperto ruoli dirigenziali in Ricerca e Sviluppo (area Anti-Infettivi), nel settore dei Rapporti Istituzionali di primarie Multinazionali farmaceutiche fino a Giugno 2020.
Co-Fondatore di una Start Up Biotech (RARESPLICE srl) per la cura di malattie genetiche rare.

Da Luglio 2020, opero come Consulente free-lance.
Canale Telegram : Leonardo Guerra