Che c’entra Gaza con i “Problemi degli italiani”?

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di Lavinia Marchetti

Da Gaza alle nostre piazze, la sicurezza giustifica tutto. Chi ci difende da chi dice di proteggerci?

 

Trovo molto esemplificativo del declino cognitivo di questa epoca il fatto che si fatichi a comprendere, nell’opinione pubblica, il legame tra Gaza, un genocidio, e le lotte per la scuola, la dignità, il welfare e contro il riarmo.

Non volerci vedere un collegamento può essere un effetto di apoptosi neurale derivato dallo scrolling? Un effetto del successo della propaganda di guerra? Non saprei. Basta guardare. Siamo una società che assorbe quotidianamente violenza e autoritarismo, insieme alla paura, all’erosione dei diritti e alla macelleria sociale. «Eh, ma che c’entra Gaza?». «Invece di protestare per la Palestina protestassero per i problemi dell’Italia». E bla bla bla. Veramente non capite o fate solo finta?

Abbiamo imparato a pensare la politica per cassettini, compartimenti stagni. Gaza va negli esteri. La scuola va nella scuola e la pensione di nostra madre sta nel welfare. I carri armati hanno il loro cassettino chiamato «difesa». Poi ci sono gli stipendi bassi, il caro affitti, poi il declino della sanità. Questa separazione fa un favore enorme al potere, impedendoci, ad esempio, di vedere dove finiscono i soldi o peggio quali comportamenti diventano leciti a colpi di DDL incostituzionali e anche quanto spazio viene concesso alla forza e allo stato d’eccezione permanente.

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Quando parliamo di «Laboratorio Gaza» parliamo soprattutto di questo. Gaza ha mostrato fino a quale punto uno Stato alleato (e foraggiato, difeso e perché no? Anche giustificato) dell’Occidente possa spingersi oltre, oserei dire oltre l’umano, continuando a ricevere protezione diplomatica e sostegno politico.

Fino a tre anni fa qualcuno poteva ancora rifugiarsi nell’argomento dell’ignoranza. In effetti pochissimi seguivano il conflitto israelo-palestinese. Era quasi impensabile, se non per gli addetti ai lavori, parlare di Apartheid, colonialismo, terrorismo israeliano e così via. Adesso è diventato difficile non vedere. Abbiamo visto di tutto. Abbiamo anche letto. I documenti sono arrivati uno dietro l’altro, spesso quando i morti erano già molti di più di quelli descritti nel documento precedente.

E nel frattempo cosa abbiamo imparato? Anzi, cosa ci è stato conficcato a forza nelle coscienze? Che un principio giuridico come il diritto internazionale può senza dubbio continuare a esistere sulla carta, ma che è scritto su carta straccia.

La faccio semplice per una volta. Il laboratorio “Gaza” è esattamente questa forma di apprendimento.

Prima di Gaza occorreva almeno costruire una giustificazione decente, fabbricare prove se necessario o almeno mettere in piedi una conferenza stampa, mostrare qualche provetta, inventarsi qualcosa. Gaza ci ha fatto fare un enorme salto di paradigma, almeno per quanto riguarda il nostro mondo occidentale. Adesso la brutalità della violenza statale, il terrorismo di Stato che accomuna così armoniosamente USA e Israele, può essere esibita nuda, senza doversi giustificare. Basta dire una parola magica, quella proiettiva dove poter vedere se stessi negli altri: “terrorismo”, “difesa”, “guerra preventiva”.

Con queste magiche parole puoi anche bombardare scuole con bambine dentro, affamare popolazioni, sparare nel cranio ai bambini, nella schiena a persone che cercano cibo. Non c’è bisogno di giustificare niente. Basta una parola.

Poi, però, la stessa parola usata per rendere accettabile tutto questo torna a casa, si chiama effetto boomerang coloniale e la parola è onnicomprensiva e onnipervasiva: «Sicurezza».

La sicurezza giustifica il bombardamento, il genocidio, giustifica tutto e cambiando scala, comincia a occupare sempre più spazio nella disciplina della piazza e dei diritti anche in patria, dove il dissenso si trasforma in una questione di ordine pubblico e di criminalizzazione del dissenso che poi vede nel DL antisemitismo la sua acme. Non solo si può commettere un genocidio sotto il naso di 8 miliardi di persone, ma se protesti contro il genocidio la brutalità della polizia si rivolterà contro di te. Non è colpevole chi commette il genocidio, Netanyahu va liberamente a delirare all’ONU con cercapersone omicidi ostentati come forza, è colpevole chi vi si oppone, va manganellato e arrestato chi porta una bandiera palestinese in pubblico. Capite perché c’entra Gaza con i nostri diritti adesso?

E allora Gaza che c’entra con gli studenti italiani o francesi che protestano?

C’entra nel precedente culturale che si costruisce quando la sicurezza acquista un valore superiore al diritto, nell’abitudine a considerare alcune persone, in genere chi si oppone ad uno stato di cose ingiusto, un problema ancora prima che pensino di fare qualcosa. C’entra anche nella crescente tolleranza verso la prevenzione poliziesca, non so se avete visto le centinaia di abusi commessi dalla polizia tedesca, francese, statunitense, colombiana, argentina, verso chi semplicemente protesta e non importa per cosa, sia Gaza, il proprio stipendio, la propria dignità, la scuola, i pompieri, il lavoro. Non importa, c’è un solo metodo in risposta: repressione violenta e silenziamento delle giuste proteste. Le condizioni di un palestinese sotto occupazione e quelle di uno studente francese restano evidentemente incomparabili, ma il punto del mio paragone riguarda i meccanismi di legittimazione e naturalizzazione della violenza repressiva, senza giocare all’equivalenza delle sofferenze.

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Ecco perché trovo demenziale il ritornello «pensate ai problemi degli italiani». Ci stiamo pensando anche protestando per Gaza.

Il punto che sembra sfuggire, o che forse si preferisce lasciare nell’ombra perché complicherebbe parecchio il racconto rassicurante nel quale viviamo, riguarda il ritorno della violenza esercitata fuori dai confini dentro le società che l’hanno autorizzata. Gaza appartiene ormai anche alla storia politica dell’Occidente per questa ragione. Lì abbiamo assistito alla scoperta di una possibilità. Uno Stato può oltrepassare quasi qualsiasi limite, appellarsi alla propria sicurezza e conservare una protezione internazionale sufficiente a proseguire per anni (circa 80, con un peggioramento cercato e voluto negli ultimi 3). I governi alleati fanno anche finta di chiedere moderazione, ma continuano a trattare con quello Stato amico. Le istituzioni giuridiche producono sentenze e richiami che vengono ignorati abbastanza a lungo da rendere irreversibili gli effetti materiali dell’azione. Nel frattempo la vita prosegue.

Ecco ciò che abbiamo imparato in questi tre anni: la normalità occidentale può contenere una quantità smisurata di violenza senza andare in pezzi. Può perfino incorporarla nel proprio funzionamento ordinario e continuare a definirsi “democratica” perché ci consentono, neanche sempre, di scrivere questi post. Ma se provi a scendere in piazza, a fare uno sciopero, vieni massacrato di botte e denunciato dai bravi difensori dello status quo, e quello status quo sta producendo guerre, genocidi e erosione totale di diritti, compresa la guerra ai poveri.

Aimé Césaire aveva descritto qualcosa di molto simile parlando del colonialismo europeo. La colonia corrompe il colonizzatore perché gli insegna che esistono esseri umani sui quali possono essere esercitate pratiche che, applicate al cittadino europeo, susciterebbero scandalo. Quel lungo apprendistato modifica chi esercita la violenza e chi la contempla. Césaire lo chiamava choc en retour, il colpo di ritorno. Michel Foucault riprese il problema nel 1976 sostenendo che le tecniche politiche e giuridiche sperimentate nei territori coloniali possono tornare verso il centro e modificare i meccanismi di potere occidentali. Il colonialismo, insomma, lascia strumenti e abitudini istituzionali che il centro apprende a usare anche su sé stesso. Non a caso la polizia USA e anche quella italiana vanno a fare stage in Israele…

Quando parlo di Gaza come laboratorio, non penso certo a una rozza equivalenza tra un checkpoint in Cisgiordania e una piazza di Parigi. Sarebbe ridicolo e politicamente inutile. Il punto sta proprio da un’altra parte, sta nella progressiva educazione all’eccezione. Facciamo uno schema, così risulta più chiaro:

  • Prima si accetta che una popolazione possa essere sorvegliata in permanenza perché pericolosa.
  • Poi si accetta che il sospetto anticipi la colpa.
  • Poco alla volta diventa pensabile che la libertà di una persona dipenda dalla valutazione preventiva della sua pericolosità.
  • Il giudizio sul povero, deviante, immigrato o terrorista presunto avviene prima ancora della repressione materiale.
  • Poi cambia la natura della domanda
  • Invece di chiederci che cosa rivendichi qualcuno, cominciamo a chiederci quale rischio rappresenti.
  • A quel punto il soggetto politico è già stato degradato a mero problema di sicurezza.

La trasformazione è enorme e spesso passa quasi inosservata proprio perché avviene attraverso parole apparentemente ragionevoli e attraverso la tecnica delle finestre di Overton. Sicurezza è la più efficace. Una parola talmente vasta da poter contenere il bombardamento di una città e, una volta rientrata nei confini europei, il controllo preventivo di un corteo.

Appena compare quella parola, chi se ne frega delle domande secondarie come ad esempio:

  • Chi deve essere protetto?
  • Da chi?
  • Con quale limite?
  • Chi li stabilisce i limiti?
  • Chi decide quando la protezione autorizza la coercizione?

Queste sono domande fastidiose per il potere, costringono a scoprire che la sicurezza distribuisce protezione in maniera selettiva. Per il potere israeliano il bambino palestinese può diventare un rischio futuro, un terrorista potenziale. Nelle nostre città il manifestante può essere trattato come potenziale perturbatore prima ancora di scendere in piazza. Si governa ciò che qualcuno potrebbe fare. Gli effetti sono diversi, gli israeliani i bambini li uccidono, per ora, in Europa, si manganellano, si accecano con i lacrimogeni e li si denuncia, ma il ragionamento che vi sta dietro è il medesimo.

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È la logica del precrimine trasferita dentro la politica. Dobbiamo cominciare a pensare che per una democrazia questo mutamento di paradigma è devastante perché rovescia il rapporto tra cittadino e autorità. L’autorità progressivamente non deve più rispondere ai motivi del conflitto e acquista la facoltà di amministrarlo come minaccia, anche il fascismo faceva così. Lo studente che occupa un’università pone una questione politica precisa. Rivendica diritti. Si pone in una posizione dialettica, questo può comportare anche comportamenti violenti, perché la società in cui vive è violenta, ma appena viene definito come problema di ordine pubblico, il contenuto della sua protesta perde importanza. Il potere ha ottenuto una vittoria decisiva senza aver confutato una sola delle ragioni portate in piazza, ha semplicemente cambiato la natura della domanda.

La patologizzazione del conflitto 

Il conflitto, elemento fisiologico di qualsiasi democrazia che voglia almeno provare ad adottarne la definizione, viene patologizzato. Chi contesta entra con crescente facilità nel lessico della prevenzione e dell’ordine pubblico. La pace finisce così per assomigliare solo all’assenza di perturbazione e sempre meno alla possibilità reale di conflitto politico. C’è una evidente saldatura fra il clima di guerra esterno e l’espansione delle pratiche repressive interne e il passaggio decisivo riguarda il modo in cui una società impara a percepire il dissenso.

Una società militarizzata nel pensiero ha bisogno di soggetti prevedibili e la guerra richiede consenso oppure, quando il consenso comincia a incrinarsi, obbedienza sufficiente. Il cittadino che insiste nel chiedere perché si debba riarmare o quello che si domanda chi pagherà la scelta introduce un elemento di inciampo nella narrazione, qualcosa che il potere contemporaneo tollera sempre peggio: imprevedibilità politica. Per questo la militarizzazione della società precede spesso la militarizzazione delle strade. Comincia proprio quando instillare la paura nella popolazione diventa il criterio concreto con cui interpretiamo ciò che accade e allora il dissenso viene percepito come intralcio alla gestione dell’emergenza. A quel punto persino la solidarietà può assumere l’aspetto di una condotta sospetta.

Basti pensare alla pandemia, alla Russia che vuole attaccarci, al clima. Una società perennemente sotto attacco. Non importa quanto sia vera la narrazione. Importa la paura, si possono fabbricare fatti o usare fatti reali. Non cambia nulla. Dipende da come li si usa e perché li si usa.

Con la Palestina lo vediamo meglio che con altro, perché la Palestina, appunto, ha costretto milioni di persone a uscire dal ruolo che era stato loro assegnato, quello dello spettatore. Finché guardi un bambino morto sul telefono e continui a scorrere sei perfettamente compatibile con il sistema. Puoi anche soffrire, mettere un cuoricino, lamentarti sui social (fino a un certo punto, altrimenti scattano il ban e la censura). In fondo la sofferenza privata crea pochissimi problemi. Il passaggio politicamente fastidioso avviene quando quella sofferenza produce una condotta, quando il ragazzo esce di casa, va davanti all’università e occupa uno spazio pubblico. Lì il sentimento diventa conflitto. E il conflitto non è accettabile e deve essere ricondotto all’ordine.

Per questo la repressione delle proteste per Gaza possiede un significato che supera la questione palestinese. In Germania lo abbiamo visto assumere forme che pochi anni fa sarebbero parse difficili da conciliare con l’idea che quel paese racconta di sé stesso, fino al punto che perfino Handala, il bambino disegnato da Naji al-Ali, può entrare in una vicenda di polizia. In Francia le mobilitazioni mostrano lo stesso nervosismo del potere verso una piazza che pretende di occupare realmente lo spazio pubblico. Negli Stati Uniti il rapporto fra campus e apparati di sicurezza ha mostrato con particolare chiarezza quale prezzo possa essere imposto alla solidarietà quando interferisce con gli interessi politici considerati essenziali.

E quindi che cosa c’entra Gaza con il nostro welfare?

Molto più di quanto sembri. Una società educata alla guerra viene educata contemporaneamente al sacrificio. Le risorse diventano improvvisamente scarse per tutto ciò che riguarda l’esistenza quotidiana e ci sono in abbondanza quando compare la sicurezza nazionale. Il cittadino viene invitato a considerare inevitabile ciò che fino a ieri sarebbe stato sottoposto a discussione. La scuola e gli ospedali dovranno aspettare, devono razionalizzare. Lo stipendio diventa improvvisamente una faccenda privata fra lavoratore e mercato. La guerra, invece, viene presentata come realtà esterna alla politica, quasi una necessità naturale davanti alla quale resta soltanto da stabilire quanto sacrificarsi.

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Il passaggio dal cittadino al suddito contemporaneo avviene anche così. Gli si chiede di comprendere. Comprendere i tagli, comprendere le restrizioni, comprendere che il mondo è pericoloso e che certe libertà richiedono prudenza per il “loro bene”. La richiesta di comprensione procede quasi sempre verso il basso. Il potere raramente viene invitato a comprendere chi aspetta mesi per una visita o chi insegna in condizioni indecenti, ma anche e soprattutto chi scende in piazza perché rifiuta di vedere un genocidio finanziato e protetto dai propri alleati. La comprensione diventa una virtù dei governati.

Ecco perché la frase «invece di protestare per Gaza occupatevi dei problemi italiani» è molto più stupida di quanto sembri. Contiene già la vittoria culturale di questa separazione. Convince il precario che il palestinese gli sottragga attenzione. Suggerisce al lavoratore che la guerra stia fuori dalla propria busta paga e dalla propria libertà politica, dal futuro della scuola dei figli. Divide ciò che il potere tratta già come un unico problema, cioè come governare popolazioni alle quali viene chiesto di accettare sempre di più ricevendo sempre meno possibilità di decidere.

Gaza ci riguarda precisamente perché ha mostrato quanto rapidamente può allargarsi il campo del tollerabile. Ha mostrato che la violenza può essere documentata fino all’ossessione e continuare. La conoscenza, da sola, possiede un potere molto inferiore a quello che ci piace attribuirle. Otto miliardi di spettatori potenziali costituiscono perfino una protezione per il potere, se la visione resta separata dall’azione. Lo spettacolo continuo della violenza rischia di produrre più assuefazione e intorpidimento che rivolta. È forse questa una delle scoperte politiche più sinistre del Laboratorio Gaza.

Il concetto di “laboratorio” nella sperimentazione clinica riesce alla perfezione quando smettiamo di percepirlo come tale. Ad esempio quando il riconoscimento facciale sui manifestanti ci sembra normale, o quando il fermo preventivo appare un atto di prudenza. Ma anche quando, anzi soprattutto quando, la polizia che colpisce qualcuno suscita immediatamente la domanda su che cosa abbia fatto la persona colpita e non ci si pone il dubbio del fatto che sia manganellata solo perché chiede i suoi diritti, quelli previsti dalla costituzione, quasi come se il manganello possedesse, per definizione, una ragione anteriore alla propria azione. Quando la pace sociale coincide con strade vuote e persone docili e le “disertate strade dai sogni” vuol dire che il boomerang ha completato il viaggio.

Per questo motivo quando vediamo un ragazzo trascinato via in questura da una manifestazione per Gaza, penso anche alla scuola. Penso all’ospedale che chiude un reparto. Ma rifletto anche su quanto spazio pubblico ci resterà per opporci quando arriverà il prossimo sacrificio presentato come inevitabile.

«Che c’entra Gaza?». Tutto questo. E soprattutto mi chiedo chi ci difenderà da tutta questa sicurezza.

10 Ottobre 2026

Fonte


Lavinia Marchetti, biologa e filosofa politica che scrive su Gaza, i genocidi contemporanei, l’ideologia della guerra giusta, il corpo delle donne in guerra e le forme quotidiane di resistenza.

 

 

 


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