di Lorenzo Maria Pacini
Sacrificare chi dà fastidio, mai il progetto. Il “Pal-washing” in azione.
Un copione familiare
Il 9 ottobre 2026, il Comitato norvegese per il Nobel ha assegnato il Premio per la Pace a Navanethem Pillay, giurista sudafricana di 85 anni, ex giudice della Corte penale internazionale e Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. La motivazione parla di una persona che ha aperto la strada a un ordine giuridico globale più completo. Il presidente del Comitato, Jorgen Watne Frydnes, ha aggiunto che il premio è un messaggio rivolto a coloro che attaccano e minano il sistema internazionale e le sue istituzioni. Il verdetto è palesemente politico, ed è proprio a questo livello che va discusso.

La stessa figura che, nel 2011, si dice abbia «rovesciato» Gheddafi, aprendo la strada al saccheggio del petrolio libico e alla riduzione in schiavitù dei migranti africani, ora «rovescerebbe» Netanyahu, aprendo così la strada alla riabilitazione di Israele. La logica sottostante non sarebbe né la moralità né la pace, ma l’agenda dell’Open Society di George Soros: sacrificare coloro che sono diventati scomodi, mai l’essenza del progetto stesso. Alcuni l’hanno soprannominato «pal-washing». La questione fondamentale è seria, poiché si chiede se vi sia uno schema ricorrente dietro i premi e le giurisdizioni dell’ordine liberale.
Va sottolineato che la sceneggiatura è già nota. Ricordate quando Barack Obama ricevette il Premio Nobel per la Pace, mentre scatenava una guerra dopo l’altra? Oppure ricordate figure alla ricerca di una causa come Machado, Mohammadi o i difensori dei criminali ucraini? Ma procediamo con ordine.
Atto primo: Libia
Nel febbraio 2011, Pillay, l’Alto Commissario, ha esortato il Consiglio dei diritti umani ad adottare misure energiche per fermare la violenza e assicurare i responsabili alla giustizia; il Consiglio ha condannato le violazioni e ha istituito una commissione d’inchiesta. Il successivo passo spettò al Consiglio di Sicurezza: il deferimento alla Corte penale internazionale (CPI) tramite la risoluzione 1970, seguita dalla risoluzione 1973, approvata con dieci voti a favore e cinque astensioni (Brasile, Cina, Germania, India, Russia).
Nessuno sostiene che Pillay abbia deciso di entrare in guerra. Ciò che conta è la sequenza degli eventi: il linguaggio dei diritti umani ha aperto la strada, quello della protezione dei civili ha autorizzato l’uso della forza e l’operazione si è gradualmente orientata verso un cambio di regime. Già ad aprile, Lavrov accusava la NATO di aver oltrepassato il proprio mandato, e un ministro francese ammetteva che un cambio di regime avrebbe richiesto un nuovo voto.
Poi ci sono i costi. Nel 2017, l’OIM ha documentato aste di migranti subsahariani nel sud della Libia, venduti per somme comprese tra i 200 e i 500 dollari.
Il collegamento con il crollo dello Stato dopo il 2011 è l’interpretazione più plausibile, sebbene la fonte documenti il fenomeno piuttosto che la sua causa. La Libia e i migranti ne hanno pagato il prezzo; il quadro giuridico è emerso, formalmente parlando, intatto, anche se la controversia sul mandato avrebbe in seguito pesato sui veti di Mosca e Pechino in altre questioni.
Atto secondo: Bibi
Il 21 novembre 2024, la Camera preliminare I della Corte penale internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Gallant, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Pillay aveva lasciato la Corte nel 2008, ma presiedeva la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che, il 16 settembre 2025, concluse che Israele aveva commesso un genocidio a Gaza.
È qui che entra in gioco il «pal-washing».
Il diritto penale internazionale si occupa di individui: un imputato, un’accusa, un periodo di tempo. Se il caso si conclude con il destino di un leader, si verifica una cesura narrativa – il «prima» e il «dopo» di un uomo – dopo la quale lo Stato può presentarsi come risanato. La Libia offre un’analogia: lì, il caso si è concluso con la caduta di un uomo.
I limiti del processo giocano a favore di questa interpretazione. La Corte non dispone di forze di polizia e l’esecuzione dei mandati dipende dagli Stati parti; la Commissione non è un tribunale e non parla a nome dell’intera ONU; lo stesso Comitato, secondo l’AFP, ha affermato che spetta a un tribunale determinare se si sia verificato un genocidio. La sentenza non ha alcun effetto giuridico, come sappiamo, ma conferisce legittimità a un sistema che promette giustizia ma non può garantirla.
Dobbiamo inoltre tenere presente che abbiamo già assistito a dinamiche di questo tipo in numerose occasioni all’interno dell’ordine globalista che domina l’Occidente. L’Open Society Foundations si presenta come il più grande finanziatore privato al mondo di gruppi che operano per la giustizia, la democrazia e i diritti umani, attivo in oltre cento paesi, e Pillay ha ricevuto lo Stockholm Human Rights Award, lo stesso premio assegnato a Soros e Neier nel 2011. Sembra certamente che lo schema dell’agenda di Soros si stia ripetendo ancora una volta – un’agenda che comprende fondazioni, ONG, tribunali, commissioni e burocrazie che condividono un lessico e una visione del mondo comuni: quelli di un ordine liberale da perfezionare e mai messo in discussione.
Coloro che operano all’interno di quel lessico possono denunciare un governo, un leader o persino uno Stato, ma non possono contestare i presupposti di fondo dell’ordine che conferisce loro legittimità.
Qualcuno obietterà che la Commissione di Pillay attribuisce la responsabilità a Israele in quanto Stato, non solo ai suoi leader, il che contraddice l’idea di un’operazione puramente personalizzata. Il secondo punto riguarda la reazione. Netanyahu ha accusato la Commissione di aver perso la propria bussola morale; il Ministero degli Esteri israeliano ha parlato di uno sfruttamento grottesco del premio; e Washington ha annunciato sanzioni contro la Corte penale internazionale (CPI) appena poche ore dopo l’annuncio.
Tutto vero. Ma avrebbe senso e valore se il sistema occidentale non fosse marcio fino al midollo, se il suo sistema giuridico funzionasse correttamente, ma non è così, sotto nessun aspetto (e ne abbiamo già visto prove sufficienti – non dimentichiamo nemmeno il caso Epstein).
Se, nei prossimi dodici mesi, la caduta politica di Netanyahu venisse presentata come la conclusione del caso, piuttosto che come una fase del procedimento riguardante lo Stato, il «Pal-washing» guadagnerà terreno. Se il procedimento andrà oltre la sua persona e se gli Stati parti daranno esecuzione ai mandati, forse perderà terreno. Alla luce delle prove attuali, l’argomentazione è plausibile e, fino a prova contraria, si tratta dell’ennesimo Premio Nobel per la «Non-Pace» – un premio che non possiamo definire «guerra».
13 ottobre 2026
Traduzione dall’inglese di Piero Cammerinesi per LiberoPensare
Lorenzo Maria Pacini, Professore associato in Filosofia politica e Geopolitica, UniDolomiti di Belluno. Consulente in analisi strategica, intelligence e relazioni internazionali.












