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E se la Storia dell’Umanità fosse stata resettata più Volte?

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Dalla CIA a Platone, dai diluvi antichi fino al 2046. Un viaggio nella possibilità che la nostra civiltà non sia la prima… e forse nemmeno l’ultima.

Immagina di scoprire che la storia dell’umanità non è una linea retta, ma un ciclo. Civiltà che sorgono, accumulano conoscenza, costruiscono monumenti, mappano il cielo… e poi vengono cancellate da eventi così devastanti da lasciare solo piccoli gruppi di sopravvissuti, costretti a ricominciare quasi da zero.

Quello che chiamiamo “inizio della civiltà” potrebbe essere soltanto l’ultimo riavvio. Sembra fantascienza. Eppure questa ipotesi emerge dall’incrocio tra documenti declassificati, testi antichi, miti del diluvio presenti in tutto il mondo, siti archeologici fuori scala e anomalie geofisiche oggi misurabili. Non è necessario credere a tutto. Ma quando i pezzi iniziano ad avvicinarsi, il quadro diventa difficile da ignorare.

E il primo pezzo non viene da una piramide. Viene dagli archivi della CIA.

Il libro che riemerge dagli archivi della CIA

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Negli anni ’60, Chan Thomas, autore americano di The Adam and Eve Story, pubblicò una tesi inquietante: la crosta terrestre potrebbe, in determinati momenti ciclici, subire uno spostamento improvviso rispetto agli strati più interni del pianeta. Non un lento movimento tettonico, ma una dislocazione catastrofica.

Nel suo scenario, gli oceani invadono i continenti, i venti diventano devastanti, le zone climatiche cambiano, le città vengono travolte e la memoria storica si spezza. L’umanità sopravvive solo in piccoli gruppi, spesso in luoghi elevati o isolati.

Il titolo stesso suggerisce la sua lettura: Adamo ed Eva, il Diluvio, i miti di distruzione e rinascita non sarebbero solo allegorie spirituali, ma memorie simboliche di precedenti cataclismi reali.

Ma la parte più strana è la storia del libro. La versione anni ’60 oggi più facilmente reperibile passa attraverso un rilascio della CIA del 2013, indicato come “Declassified in Part – Sanitized Copy”. Una copia declassificata solo parzialmente.

Se era solo una fantasia irrilevante, perché archiviarla? Perché rilasciarla decenni dopo in forma ridotta? E perché copie complete e indipendenti della stampa originaria non risultano normalmente accessibili? Questo non prova che Thomas avesse ragione, ma rende la domanda legittima.

Le città sotterranee e l’ex funzionaria che parla di “near-extinction event”

Poi arriva una voce molto più vicina al potere contemporaneo. Catherine Austin Fitts, ex Assistant Secretary of Housing and Urban Development durante l’amministrazione George H. W. Bush, ha parlato in un’intervista con Tucker Carlson, giornalista e commentatore politico americano, di enormi fondi non documentati nei bilanci pubblici e della possibilità che parte di questi flussi sia stata usata per costruire infrastrutture sotterranee.

Non parla solo di bunker, ma di basi, città sotterranee, sistemi di trasporto nascosti e strutture pensate per garantire continuità operativa in scenari estremi. La motivazione più impressionante che cita è la mitigazione del rischio di un evento di quasi estinzione della civiltà.

Le sue affermazioni non dimostrano da sole l’esistenza di ciò che descrive. Ma il fatto che un’ex funzionaria di alto livello parli pubblicamente di fondi non tracciati, infrastrutture sotterranee e scenari di “near-extinction” rende inevitabile una domanda: se una parte del potere temesse davvero un evento catastrofico futuro, lo direbbe al pubblico… o costruirebbe sotto terra?

E se questa idea non fosse moderna?

Ma l’idea di cataclismi ciclici non nasce con Chan Thomas, né con la CIA. È molto più antica.

Platone, filosofo greco del IV secolo a.C., nel Timeo, nel Crizia e nelle Leggi conserva una visione della storia radicalmente diversa da quella moderna: l’umanità sarebbe stata distrutta più volte da grandi cataclismi, soprattutto fuoco e acqua. Ogni volta, le città, la scrittura, le arti e le conoscenze vengono spazzate via. Restano pochi superstiti: pastori, montanari, persone isolate, prive dell’educazione delle civiltà precedenti.

Nel Timeo, il sacerdote egizio che parla a Solone afferma che i Greci ricordano un solo diluvio, ma in realtà ce ne sono stati molti. Nel Crizia, l’immagine è ancora più forte: dopo lunghi intervalli, una distruzione proveniente dal cielo lascia vivi soltanto uomini privi di lettere e di educazione, costringendo l’umanità a ricominciare “come bambini”.

Questa non è solo mitologia decorativa. È una teoria ciclica della storia: civiltà avanzate sorgono, accumulano sapere, vengono distrutte, e i superstiti ripartono quasi da zero.

Gesù, Noè e l’invito a fuggire sui monti

La stessa logica ritorna nei Vangeli, ma con un linguaggio spirituale e profetico. Nel discorso del Monte degli Ulivi, riportato in Matteo 24 e nei paralleli di Marco 13 e Luca 21, Gesù parla di guerre, terremoti, carestie, falsi profeti, tribolazioni e sconvolgimenti cosmici.

Uno dei passaggi più importanti è l’invito a fuggire sui monti. Sul piano materiale, il monte è rifugio: protegge dal caos della pianura, dalle acque, dalle masse in fuga, dal collasso delle città. Sul piano simbolico, rappresenta uno stato superiore di coscienza: salire interiormente, vedere da più in alto, non restare intrappolati nella confusione collettiva.

Poi Gesù paragona i tempi futuri ai giorni di Noè: le persone mangiavano, bevevano, si sposavano, vivevano normalmente… finché Noè entrò nell’Arca e arrivò il diluvio. Il punto non è solo la distruzione fisica. È l’incoscienza. Nessuno vede il segno. Nessuno ascolta l’avvertimento.

“Vegliate”, dice Gesù. “Siate pronti.” Non invita alla paranoia. Invita alla presenza.

Il Diluvio come memoria globale

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Il racconto di una grande inondazione non appartiene soltanto alla Bibbia. Lo troviamo in culture lontanissime: Utnapishtim nell’Epopea di Gilgamesh, Noè nella Genesi, Nūḥ nel Corano, Manu nella tradizione indiana, Deucalione e Pirra in Grecia, e molte tradizioni native americane, andine, oceaniche e aborigene.

Cambiano i nomi, ma il nucleo resta simile: un mondo corrotto o fuori equilibrio, un avvertimento ignorato, grandi acque, pochi salvati, un’arca o una montagna, e una nuova umanità che ricomincia.

Certo, ogni popolo può aver conosciuto inondazioni locali.

Ma quando lo stesso schema appare ovunque, la domanda è inevitabile: miti indipendenti o frammenti di una memoria comune? Forse, alla fine dell’ultima Era Glaciale, l’umanità visse un trauma così profondo da conservarlo nei racconti sacri di tutto il mondo.

Le tracce fisiche: Göbekli Tepe, Giza e le città sotterranee

Se questa memoria fosse reale, dovremmo aspettarci delle tracce. E il mondo antico ne offre alcune difficili da ignorare.

Göbekli Tepe, nel sud-est della Turchia, è forse il caso più clamoroso: pilastri a T di 10–20 tonnellate, strutture circolari, simboli animali e umanoidi, il tutto datato a circa 11.600–12.000 anni fa, prima dell’agricoltura, della ceramica e dei villaggi stabili.

Secondo il modello tradizionale, un sito simile non dovrebbe esistere. Eppure esiste. E fu intenzionalmente sepolto.

Nella stessa area, Karahan Tepe, Sayburç e altri siti di Taş Tepeler suggeriscono una cultura più ampia e sofisticata. Altrove, Gunung Padang in Indonesia, le città sotterranee della Cappadocia e formazioni come Bimini Road continuano ad alimentare domande su ciò che potrebbe essere andato perduto.

Poi c’è Giza.

Le piramidi e la Sfinge vengono ufficialmente collocate nell’Antico Regno egizio, ma la loro precisione astronomica, l’allineamento al nord vero e la scala monumentale restano impressionanti. Robert Schoch, geologo americano, ha proposto che l’erosione da acqua sulla Sfinge possa indicare un’epoca molto più antica, quando il Sahara era più umido.

E poi c’è il sottosuolo. Le affermazioni di Corrado Malanga e Filippo Biondi su possibili strutture sotto la Piramide di Chefren richiedono verifiche indipendenti, ma riaprono una domanda antica: se questi monumenti servivano anche a conservare conoscenza o sopravvivere a catastrofi, dovremmo guardare solo sopra… o anche sotto?

Durupınar, l’Arca e lo strano interesse degli apparati moderni

In questo quadro, anche Durupınar, in Turchia orientale vicino al Monte Ararat, assume un significato particolare. Alcuni lo interpretano come possibile traccia fisica dell’Arca di Noè, per la forma allungata e le dimensioni confrontate con quelle della Genesi. La geologia mainstream lo considera invece una formazione naturale.

Gruppi come Noah’s Ark Scans, iniziativa americana dedicata allo studio del sito, hanno pubblicato analisi basate su radar del suolo, resistività elettrica e test del terreno, sostenendo di aver individuato corridoi, strutture interne e anomalie organiche. Risultati discussi, certo. Ma non privi di interesse.

C’è poi un dettaglio ancora più curioso: anche l’area dell’Ararat è stata fotografata e monitorata da apparati militari e di intelligence. La cosiddetta Ararat anomaly fu ripresa già nel 1949 durante una missione della U.S. Air Force; alcune immagini aeree e satellitari dell’area furono classificate e rilasciate solo decenni dopo tramite procedure FOIA.

Questo non dimostra che il governo americano abbia trovato l’Arca. Ma mostra che l’interesse per anomalie legate al Monte Ararat non è stato solo religioso o popolare.

Douglas Vogt e il ciclo del Sole

Se gli antichi conservavano memorie di cataclismi, la domanda successiva è inevitabile: esiste un possibile meccanismo fisico dietro questi cicli?

Douglas Vogt, autore e ricercatore indipendente noto per la teoria del ciclo solare di 12.068 anni, ha dedicato decenni a questa possibilità. Secondo la sua ipotesi, alla fine di ogni ciclo il Sole potrebbe entrare in una fase di micro-nova o forte espulsione energetica, con effetti sul campo magnetico terrestre, sul clima, sulla rotazione e sulla stabilità della civiltà. La data che collega al prossimo possibile culmine è intorno al 2046.

Il punto non è credere automaticamente a Vogt. Il punto è che ha pubblicato libri, ore di spiegazioni, dati, calcoli e collegamenti. Non chiede fede. Chiede verifica.

E questa è una distinzione importante. La scienza vera vive di confronto, critica e riproducibilità, non di autorità. Se Vogt ha torto, va confutato sui dati, non con un’etichetta. Perché se anche solo una parte del suo modello fosse corretta, le conseguenze sarebbero enormi.

La Terra oggi: wobble, magnetismo ed ECDO

Negli ultimi anni, alcuni parametri del pianeta hanno mostrato comportamenti che meritano attenzione. La Chandler wobble, piccola oscillazione naturale dell’asse terrestre di circa 433 giorni, si sarebbe ridotta in modo significativo dopo il 2015. Il campo magnetico continua a cambiare. L’Anomalia del Sud Atlantico si espande. Enti come l’IERS monitorano costantemente moto polare, UT1 e durata del giorno.

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La scienza convenzionale interpreta questi fenomeni attraverso redistribuzioni di massa, dinamiche climatiche, idrologiche, criosferiche e interazioni nucleo-mantello.

Ma alcuni ricercatori indipendenti li leggono in modo più radicale.

La ECDO Theory — Exothermic Core-Mantle Decoupling – Dzhanibekov Oscillation Theory — associata a Roger B. Cunningham, autore indipendente noto online come The Ethical Skeptic, propone che il collegamento dinamico tra nucleo e mantello possa indebolirsi, portando il guscio esterno del pianeta verso una fase di instabilità rotazionale.

L’ipotesi si ispira all’effetto Dzhanibekov, o teorema della racchetta da tennis, secondo cui un corpo rigido in rotazione può ribaltarsi attorno al proprio asse intermedio. Applicata alla Terra, la teoria diventa estrema: rapido riorientamento del guscio esterno, spostamento dei poli, oceani in movimento e mega-inondazioni.

È controversa, e va detto chiaramente: la Terra non è un corpo rigido semplice. La geofisica convenzionale non considera dimostrato un ribaltamento rapido del guscio terrestre. Ma la teoria ha un merito: indica parametri da osservare, come Chandler wobble, durata del giorno, moto polare, campo magnetico, dati gravimetrici e temperature oceaniche profonde. Non prova il cataclisma. Ma invita a guardare il pianeta come un sistema integrato.

Se i governi sapessero, cosa direbbero?

A questo punto la domanda diventa politica: se una parte ristretta delle istituzioni sapesse, o anche solo temesse seriamente, un futuro evento catastrofico, lo direbbe apertamente?

Probabilmente no.

Il primo problema sarebbe il panico. Una popolazione convinta che un evento geofisico incontrollabile sia imminente potrebbe reagire con collasso economico, fuga, assalto alle risorse, perdita di fiducia nelle istituzioni e paralisi sociale.

Molto più gestibile sarebbe una narrativa graduale: il clima sta cambiando, la causa principale siete voi, ma la situazione è ancora controllabile attraverso restrizioni, transizione energetica, riduzione della mobilità, digitalizzazione e monitoraggio.

Questo non significa che il cambiamento climatico antropico sia falso. Significa chiedersi se quella narrativa possa anche funzionare come cornice psicologica di contenimento: far credere che il problema sia controllabile, mentre eventuali rischi più profondi restano fuori dal discorso pubblico.

Dopo l’11 settembre, in nome dell’antiterrorismo, molte democrazie hanno accettato più sorveglianza.

Durante il Covid, in nome della salute pubblica, milioni di persone hanno accettato lockdown, certificati, tracciamento e restrizioni alla mobilità.

Il punto non è dire che ogni crisi sia stata creata artificialmente. Il punto è osservare il pattern: dopo ogni grande emergenza, la soglia di controllo accettata dalla popolazione si alza.

Elon Musk e l’Arca tecnologica

Se le civiltà antiche costruivano arche, rifugi, piramidi o città sotterranee, come sarebbe oggi una moderna arca? Probabilmente non una nave di legno.

Sarebbe una combinazione di spazio, energia, comunicazioni, intelligenza artificiale, tunnel, veicoli resistenti, robotica e interfacce neurali. In questo senso, l’impero di Elon Musk, imprenditore alla guida di SpaceX, Tesla, Starlink, Neuralink, xAI e The Boring Company, appare quasi come una moderna architettura di resilienza.

SpaceX punta a rendere l’umanità multiplanetaria: non mettere tutto il destino umano su un solo pianeta. Starlink crea comunicazioni satellitari globali, utili anche in guerre, disastri e collassi locali. Tesla significa energia, batterie, mobilità elettrica e sistemi di backup. Il Cybertruck incarna un’estetica da fine civiltà: acciaio, robustezza, autonomia. The Boring Company porta la dimensione sotterranea. Neuralink e xAI spostano il discorso sull’intelligenza, l’adattamento e il rapporto uomo-macchina.

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Tutto questo non prova che Musk conosca un evento specifico nel 2046. Ma il filo conduttore è evidente: ridurre la dipendenza da un solo pianeta, da una sola rete elettrica, da una sola infrastruttura di comunicazione e da una sola forma biologica di intelligenza.

Musk non è necessariamente un profeta. Ma simbolicamente appare come un costruttore di arche tecnologiche.

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Ma anche se tutto questo fosse vero, resta la domanda più importante: è sufficiente prepararsi materialmente? Che senso ha costruire bunker, razzi, tunnel, satelliti e colonie spaziali se l’essere umano resta interiormente addormentato?

Qui entra la dimensione spirituale. Salvatore Brizzi, autore italiano di spiritualità e alchimia interiore, parla della presenza, del “padrone di casa”, dell’osservatore interiore che non si identifica con il corpo, con la paura, con l’ego o con la storia personale.

Secondo questa visione, le grandi crisi non sono soltanto distruzioni.

Sono prove iniziatiche. Le strutture crollano, le illusioni si spezzano, la personalità viene messa sotto pressione.

E allora resta una domanda: chi sono io davvero?

La vera Arca non è soltanto un rifugio fisico. È uno stato di coscienza.

Gesù lo dice con parole semplici e terribili: “Come nei giorni di Noè… vegliate.” Il problema dell’umanità prima del diluvio non era solo morale. Era percettivo. Non vedeva. Non ascoltava. Non era presente.

Forse è questo il messaggio più profondo: non basta sopravvivere al mondo esterno. Bisogna svegliarsi dentro.

La domanda finale

Non sappiamo se il 2046 sarà l’anno di un nuovo reset. Non sappiamo se Vogt abbia ragione, se l’ECDO descriva un meccanismo reale, se Chan Thomas avesse intuito qualcosa, o se le antiche tradizioni conservino davvero una memoria storica globale.

Ma sappiamo una cosa: la storia dell’umanità è molto più fragile, misteriosa e ciclica di quanto ci venga raccontato.

Le pietre di Göbekli Tepe, le parole di Platone, i miti del diluvio, la copia declassificata della CIA, le infrastrutture sotterranee, le anomalie della Terra, le arche tecnologiche moderne e il richiamo spirituale alla vigilanza sembrano puntare verso la stessa domanda:

E se non fossimo la prima civiltà ad arrivare fin qui? E questa volta saremo abbastanza svegli da ascoltare il messaggio?

Oppure anche noi diventeremo soltanto una rovina, un mito, una leggenda frammentata nelle mani dei sopravvissuti del prossimo ciclo?

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