di Bruna Baldassarre
“L’assicurazione della corretta crescita del minore e della serena evoluzione della sua personalità” ma i bambini rivogliono la loro famiglia e il maschietto minaccia lo sciopero della fame…
Una storia burocratese all’italiana questa dei bambini del bosco. Si ricorda che la mamma è australiana e il nostro essere occidentali cozzerebbe con la cultura degli antichi aborigeni australiani, già segnata dal trauma profondo dell’arrivo dei coloni britannici nel 1788. Uno degli episodi più dolorosi, oltre alla perdita delle terre e diffusione di malattie, fu la sottrazione di migliaia di bambini alle famiglie aborigene per farli crescere in strutture statali o presso famiglie bianche. L’intento era proprio di annullare la cultura di quel popolo. Addio “Tempo del sogno”, addio alla loro devozione colma di memoria storica vivente. Si dice che nonostante tutto ciò, gli australiani siano persone dedite ancora alla cultura del massimo rispetto e amore per la terra, di tutte le attività all’aria aperta e di una peculiare empatia per l’ospite e per il valore dell’amicizia.

Al di là dell’ultimo DSM5-TR, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, che potrebbe offrire diagnosi a ognuno di noi (per quanto secondo Köhler possa essere discutibile la rigida standardizzazione di una presunta normalità), non può tenere esattamente conto delle variegate differenze culturali. Esiste, antropologicamente parlando, una profonda differenza tra un popolo e un altro. Si chiama “Anima di popolo”.
Molti italiani, ancora aperti e comprensivi su tali diversità comprendono benissimo la disperazione di una madre proveniente anche da un’altra dimensione culturale. Una mamma italiana avrebbe certamente saputo trattenere le sue opinioni di fronte a chi gestisce un potere enorme, quasi smisurato di togliere i figli a chi non rientra in uno standard omologante. La madre Catherine, invece, non conoscendo la nostra burocrazia, parla aprendosi come fosse nel suo Paese. Per una madre non è così scontato vedersi togliere i figli per scelte di vita molto diffuse nella storia della sua cultura. Una madre che vede i tre bambini ammalarsi, piangere e soffrire ingiustamente, alla fine reagisce. Facile etichettarla dopo che la psicologa avrebbe già pubblicato sui social in precedenza, delle rappresentazioni negative sullo stile di vita dell’intera famiglia. Il prof. Cantelmi, CTP dei genitori dei bambini, aveva chiesto una maggiore obiettività per la relazione finale. Temeva che questa storia, a suo parere, avrebbe avuto un epilogo ormai segnato da una certa intolleranza di fondo rispetto alle differenze culturali, come i post poco deontologici della psicologa su FB, lascerebbero credere.
Mentre si augurava rapporti virtuosi tra le parti per il bene dei bambini, il lettore intuiva e anticipava i suoi timori: come tutto fosse già deciso e scritto. Gli accenni sulla disfunzionalità genitoriale non convincono gran parte degli italiani che intravedono, proprio come s’intuisce dagli appelli del CTP, un sistema che potrebbe punire chi non si omologa umilmente e in silenzio.

Troppo rumore mediatico.
Del resto il concetto “Colpirne uno per educarne cento”, di Mao Tse-Tung, noto per il ricorso ai lavori forzati a scopo rieducativo, sembrerebbe molto simile al livello simbolico, per la maggioranza che s’identifica con le vere esigenze dei bambini, alla linea giurisprudenziale in corso. In moltissimi, soprattutto tra gli esperti del settore, ci si chiede cosa significhi veramente “corretta crescita” o “tutela dei minori”, essendo inesistenti gravi elementi di devianza da parte dei genitori, tali da giustificare questo dramma dopo le decisioni prese.
I fatti sono visibili eppure vengono negati: i bambini sono disperati e pesantemente traumatizzati. Cosa si aspetta a mettere la parola FINE a questa brutta storia? Cercando di essere obiettivi quale psicoterapeuta o psicologo annullerebbe un contratto con il proprio paziente perché si comporta come tale, magari pure con qualche acting out? Purtroppo la conclusione nella casa famiglia è stata proprio quella di interrompere tutto: sostegno psicologico e genitorialità! Paradossale che l’errore sia sempre dell’altro e mai istituzionale. Poi se la decisione è presa da tre donne “esperte” allora è certamente quella giusta. E siccome la relazione si ritiene credibile, nonostante dei vizi di forma e errori deontologici riscontrati dal CPT e non solo, i bambini si devono dividere dalla madre e pure tra loro! Fortunatamente è intervenuta la Garante per l’Infanzia e qualcosa è cambiato. Meglio sorvolare sul diniego del Tribunale relativa presenza di esperti, come richiesto dalla Garante. Nel frattempo il padre si sta adoperando per accettare la casa del Comune sperando di riunire al più presto la famiglia con i loro bambini.
Intanto qualcosa di buono, anche se tardivo si è verificato: le esperte si sono accorte che esiste un padre, finora non considerato, contro ogni conoscenza psicopedagogica. La figura del padre, custode del figlio e della trasformazione del mondo di cui il figlio è portatore (l’esperienza cristiana lo insegna), è costitutiva della creazione, della vita e del suo sviluppo. Solo quando si proviene da qualche parte si ha una direzione, così come a partire da un’appartenenza si può scrivere o immaginare un destino. Nel segno del padre, dunque, passando però per l’accoglienza e la sicurezza affettiva della madre. Certo, sarebbe stato meglio che fosse avvenuto naturalmente nella serenità della loro famiglia, per aiutare l’Io dei bambini a formarsi uscendo gradualmente dall’avvolgimento protettivo materno, per entrare simbolicamente nel mondo del padre. Dopo la disperazione dei figli, mai manifestata prima in famiglia, nonché la minaccia dello sciopero della fame del maschietto, preceduta da atti di autolesionismo, ci si chiede se esista un’inconscia opposizione all’idea di famiglia, come se non dovesse più esistere. Troppo “problematica” se non omologata in senso orwelliano per questo nostro sistema e in una società “fluida”?
Questa storia, tra l’altro, potrebbe aver dato un grande assist ai promotori dell’imminente referendum.
Intanto qualcosa di buono, anche se tardivo si è verificato: le esperte si sono accorte che esiste un padre, finora non considerato, contro ogni conoscenza psicopedagogica. La figura del padre, custode del figlio e della trasformazione del mondo di cui il figlio è portatore (l’esperienza cristiana lo insegna), è costitutiva della creazione, della vita e del suo sviluppo. Solo quando si proviene da qualche parte si ha una direzione, così come a partire da un’appartenenza si può scrivere o immaginare un destino. Nel segno del padre, dunque, passando però per l’accoglienza e la sicurezza affettiva della madre. Certo, sarebbe stato meglio che fosse avvenuto naturalmente nella serenità della loro famiglia, per aiutare l’Io dei bambini a formarsi uscendo gradualmente dall’avvolgimento protettivo materno, per entrare simbolicamente nel mondo del padre. Dopo la disperazione dei figli, mai manifestata prima in famiglia, nonché la minaccia dello sciopero della fame del maschietto, preceduta da atti di autolesionismo, ci si chiede se esista un’inconscia opposizione all’idea di famiglia, come se non dovesse più esistere. Troppo “problematica” se non omologata in senso orwelliano per questo nostro sistema e in una società “fluida”?
Questa storia, tra l’altro, potrebbe aver dato un grande assist ai promotori dell’imminente referendum.
12 Marzo 2026
Bruna Baldassarre, Docente, Psicologa, Psicoterapeuta, coltiva l’interesse per l’Arte, la pittura, l’euritmia e la scrittura.
Pubblica libri e collabora con noidonne online.











