Dalla lotta per la libertà e l’uguaglianza alle tensioni ideologiche del presente
di Monica Roberta Scano
Ogni anno ritorna la Festa della Donna. E al di là degli slogan o dei dibattiti, mi piace approfittare di questo momento per ricordare qualcosa di semplice ma profondo: il senso originario del femminismo.
Il femminismo, nella sua radice più autentica, non è nato per dividere la società in schieramenti né per mettere uomini e donne gli uni contro gli altri. È nato per qualcosa di molto più semplice e potente: la giustizia. Per ricordare che la donna è, prima di tutto, un individuo pieno, con la stessa dignità, gli stessi diritti e la stessa libertà di qualsiasi altro essere umano.

Quel femminismo — precedente alle etichette politiche — si è costruito su principi molto chiari.
Il primo è stato l’uguaglianza davanti alla legge: che nessuna persona veda limitato il proprio diritto a lavorare, votare, studiare o prosperare semplicemente per il fatto di essere nata donna.
Il secondo è stato l’autonomia. Per secoli molte donne non potevano nemmeno possedere beni o amministrare il proprio salario. Recuperare il diritto di essere padrone del proprio lavoro, del proprio patrimonio e della propria vita è stato uno dei grandi traguardi della storia moderna.
C’è poi il principio della pari dignità umana. Uomini e donne non sono identici, ma condividono lo stesso valore come persone.
Un altro pilastro fondamentale è la libertà di scelta. Una società veramente giusta è quella in cui una donna può dirigere un’azienda, dedicarsi alla scienza, avviare un progetto… oppure scegliere liberamente di costruire la propria vita attorno alla famiglia. La chiave non è il ruolo, ma la libertà di sceglierlo.
E naturalmente c’è il diritto fondamentale alla sicurezza e al rispetto: vivere senza violenza, senza coercizione e senza essere trattata come un oggetto.
Se guardiamo indietro, vediamo che molte delle donne che hanno aperto questa strada lo hanno fatto partendo da questi valori universali.
Mary Wollstonecraft scrisse che le donne non avevano bisogno di potere sugli uomini, ma di potere su sé stesse.
Olympe de Gouges denunciò durante la Rivoluzione Francese che la famosa Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dimenticava metà dell’umanità.
Susan B. Anthony fu arrestata per aver votato quando farlo, essendo donna, era illegale.
Nel 1849 Elizabeth Blackwell diventò la prima donna medico dopo essersi fatta strada con studio e determinazione.

La Convenzione di Seneca Falls del 1848, considerata il primo grande incontro per i diritti delle donne, si basava su un’idea semplice e potente: uomini e donne nascono uguali in dignità e diritti.
Ricordare questa storia ci aiuta anche a comprendere qualcosa di importante nel presente: non tutte le correnti attuali interpretano il femminismo allo stesso modo.
Esiste un femminismo che potremmo definire reale o classico, centrato sulla libertà individuale.
Questo femminismo considera la donna come un individuo unico e libero, non come parte di una massa.
Da questa prospettiva, l’obiettivo principale è l’uguaglianza davanti alla legge. Una volta garantita questa uguaglianza giuridica, il cammino di ogni persona dipende dal suo talento, dal suo lavoro e dalle sue decisioni.
Questo femminismo vede l’uomo come un compagno o un alleato nella società.
Promuove inoltre l’autonomia personale ed economica.
E soprattutto difende la libertà di scelta: una donna può essere scienziata, imprenditrice, artista o astronauta, ma può anche scegliere di dedicare il proprio tempo alla maternità o alla famiglia.
Di fronte a questa visione, negli ultimi decenni è emersa un’interpretazione più politica e collettivista del femminismo.
In essa la donna tende a essere vista soprattutto come parte di un collettivo vittima, più che come individuo.
Invece di concentrarsi sull’uguaglianza dei diritti, spesso si concentra sull’uguaglianza dei risultati.
Queste differenze spiegano buona parte della confusione che oggi esiste attorno al termine femminismo.
Per questo forse è utile ricordare lo spirito originario del movimento: un femminismo profondamente umano che non cercava privilegi né rivincite, ma giustizia, dignità e libertà.
Dopo aver ripercorso questa storia sento anche il bisogno di esprimere qualcosa da un luogo profondamente personale.
Sempre più chiaramente sento di avere il dovere morale di segnalare queste differenze ovunque mi trovi.
Non lo faccio per rifiuto dell’uguaglianza né per indifferenza verso i problemi reali che ancora esistono.
Lo faccio proprio per rispetto verso la storia di tante donne che hanno lottato per diritti fondamentali.
Quando il femminismo diventa una bandiera di partito o uno strumento elettorale, qualcosa del suo spirito originario si perde.
Credo profondamente nella dignità femminile, ma anche nella ricchezza delle nostre differenze.
Mi preoccupa anche che alcune decisioni politiche possano generare effetti contrari a quelli desiderati.
Un esempio è la legge spagnola conosciuta come “solo sí es sí”, approvata nel 2022.
La modifica delle fasce di pena ha prodotto un effetto giuridico inatteso: la revisione di numerose condanne.











