Caldo artificiale e Nebbia chimica: la Geoingegneria al suo Apice

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di Rosario Marcianò
Vi siete mai soffermati ad osservare la metamorfosi del nostro orizzonte? Quello che un tempo era un azzurro profondo e cristallino ha ceduto il passo ad una foschia lattiginosa, una “𝘩𝘢𝘻𝘦” persistente che sembra soffocare la nitidezza dei pomeriggi solari. Non si tratta di un mero mutamento meteorologico, bensì di un segnale visibile di una trasformazione ben più profonda.
E se la narrazione canonica sul riscaldamento globale fosse, nel migliore dei casi, un’omissione parziale e, nel peggiore, una deliberata architettura del silenzio? Le indagini del Dott. J. Marvin Herndon, fisico nucleare, e del Dott. Mark Whiteside delineano (https://www.tankerenemy.com/…/polvere-di-carbone…) uno scenario in cui la causa del surriscaldamento planetario risiede in fattori che la scienza ufficiale continua a ignorare.

𝗟𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘇𝗼𝗴𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗖𝗢𝟮: 𝗹𝗮 𝗚𝗲𝗼𝗶𝗻𝗴𝗲𝗴𝗻𝗲𝗿𝗶𝗮 𝗲𝗱 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗮𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘃𝗲n𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

La tesi centrale del lavoro di Herndon e Whiteside non si limita a contestare le emissioni di carbonio, ma propone un cambio di paradigma radicale: il riscaldamento globale non è l’esito di una passiva ritenzione di calore dovuta al gas vitale per la terra CO2, ma il risultato di un assorbimento attivo della radiazione solare ad onde corte e lunghe operato dal particolato aviodisperso troposferico.
I risultati pubblicati suggeriscono che l’inquinamento indotto da aerei civili e militari stia letteralmente surriscaldando la troposfera, ostacolando la cruciale rimozione del calore atmosferico-convettivo dalla litosfera. In questo contesto, l’IPCC e la comunità climatica ufficiale vengono giustamente accusati di una superficialità colpevole.
“𝐿𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑆𝑐𝑖𝑒𝑛𝑧𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎 𝑒𝑑 𝑖𝑙 𝐺𝑟𝑢𝑝𝑝𝑜 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑔𝑜𝑣𝑒𝑟𝑛𝑎𝑡𝑖𝑣𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑈𝑛𝑖𝑡𝑒 𝑠𝑢𝑖 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑐𝑙𝑖𝑚𝑎𝑡𝑖𝑐𝑖 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑠𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑡𝑜 𝑖 𝑔𝑜𝑣𝑒𝑟𝑛𝑖 𝑑𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜, 𝑛𝑜𝑛 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑔𝑒𝑜𝑖𝑛𝑔𝑒𝑔𝑛𝑒𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑖𝑐𝑜𝑙𝑎𝑡𝑜 𝑡𝑟𝑜𝑝𝑜𝑠𝑓𝑒𝑟𝑖𝑐𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑖𝑛 𝑐𝑜𝑟𝑠𝑜 𝑑𝑎 𝑑𝑒𝑐𝑒𝑛𝑛𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑛𝑠𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑑𝑢𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑡𝑟𝑎𝑡𝑡𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑙 𝑟𝑖𝑠𝑐𝑎𝑙𝑑𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑔𝑙𝑜𝑏𝑎𝑙𝑒 𝑒𝑠𝑐𝑙𝑢𝑠𝑖𝑣𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛 𝑏𝑖𝑙𝑎𝑛𝑐𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑟𝑎𝑑𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖”.

𝗜𝗹 𝗰𝗼𝗰𝗸𝘁𝗮𝗶𝗹 𝗰𝗵𝗶𝗺𝗶𝗰𝗼: 𝗿𝗮𝗱𝗶𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗿𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗶𝗮𝗹𝗶 𝗶𝗻 𝗮𝘁𝗺𝗼𝘀𝗳𝗲𝗿𝗮

Secondo le analisi di Herndon e Whiteside, il nostro cielo è diventato il laboratorio privilegiato per la diffusione di materiali ottimizzati per l’assorbimento energetico. La fonte identifica un mix preciso di composti tossici: cenere volante di carbone (coal fly ash), ematite (grafene), magnetite e ferro.
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Questi elementi non sono neutrali rispetto allo spettro solare. Il carbonio nero (black carbon) assorbe radiazioni sull’intero spettro solare, mentre il carbonio marrone e gli ossidi di ferro intercettano le frequenze vicine agli UV e alla luce visibile, trasformando l’atmosfera in un accumulatore termico che impedisce alla Terra di raffreddarsi naturalmente durante la notte.

𝗗𝗿𝗼𝗻𝗶 𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗲 𝗶𝗻𝗱𝗶𝗿𝗲𝘁𝘁𝗲: 𝗹’𝗲𝘃𝗶𝗱𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗰𝗼𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗺𝗲𝘁𝗮𝗹𝗹𝗶𝗰𝗼

L’indagine scientifica condotta da Antonio e Rosario Marcianò del Comitato Tanker enemy trova riscontri empirici anche a quote elevate. Un episodio emblematico riportato descrive il volo di un drone DJI a 1600 metri di altitudine, nel cuore di cumuli nuvolosi lontani da ogni interferenza antropica. Il malfunzionamento sistematico della bussola di bordo suggerisce la presenza di un aerosol metallico capace di perturbare i sensori magnetici, come se il velivolo fosse accostato a masse ferrose.
Per il comune cittadino, la prova è spesso a portata di mano: è sufficiente una calamita per estrarre polveri magnetiche dalle carrozzerie delle auto dopo una pioggia, segno tangibile di ciò che precipita dai nostri cieli.
Oltre a questi test locali, Herndon cita tre linee di evidenza indipendenti che elevano il sospetto a certezza documentale: il comportamento dei pennacchi vulcanici del Monte Sant’Elena, le indagini spettroscopiche (etalometro) condotte da Talukdar e, infine, l’osservazione della soppressione della convezione sull’Atlantico settentrionale provocata dalle polveri.
Tutto converge verso una singola realtà: il particolato sopprime la naturale dinamica di raffreddamento del pianeta.

𝗟’𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶𝘁𝗲𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲: 𝗹𝗮 “𝗰𝘂𝗽𝗼𝗹𝗮” 𝗲𝗱 𝗶𝗹 𝗯𝗶𝗼𝗰𝗶𝗱𝗶𝗼 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝘀𝗼

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La manipolazione climatica regionale sembra aver raggiunto una maturità tecnica inquietante attraverso l’uso delle Light-Absorbing Particles (LAP). Iniettando massicce dosi di particolato carbonioso o fuliggine nella troposfera, è possibile generare una stazionarietà artificiale delle masse d’aria, creando cupole di calore persistenti. Questo fenomeno spiega la recente intensità delle ondate di calore europee, accompagnate da alterazioni ottiche (albe e tramonti occultati da pesanti nebbie di ricaduta) e olfattive, come il diffuso odore di bruciato segnalato in aree prive di incendi locali. Siamo di fronte a quello che molti definiscono un “biocidio”, una modifica orrenda dell’ecosistema che accelera la distruzione dell’ozono atmosferico ed altera i processi vitali di base.

𝗣𝗿𝗼𝘁𝗼𝗰𝗼𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗼𝗽𝗿𝗮𝘃𝘃𝗶𝘃𝗲𝗻𝘇𝗮: 𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗹’𝗲𝘀𝘁𝗶𝗻𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲

Per invertire questa traiettoria che conduce all’estinzione, Herndon e Whiteside propongono un protocollo d’emergenza non negoziabile:
* 𝑰𝒏𝒕𝒆𝒓𝒓𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒊𝒎𝒎𝒆𝒅𝒊𝒂𝒕𝒂 𝒅𝒊 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒂𝒕𝒕𝒊𝒗𝒊𝒕𝒂̀ 𝒅𝒊 𝒈𝒆𝒐𝒊𝒏𝒈𝒆𝒈𝒏𝒆𝒓𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒊𝒄𝒐𝒍𝒂𝒕𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒑𝒐𝒔𝒇𝒆𝒓𝒊𝒄𝒐 𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒊𝒓𝒓𝒐𝒓𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒄𝒍𝒂𝒏𝒅𝒆𝒔𝒕𝒊𝒏𝒆 (𝒔𝒄𝒊𝒆 𝒄𝒉𝒊𝒎𝒊𝒄𝒉𝒆).
* 𝑬𝒍𝒊𝒎𝒊𝒏𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒂𝒅𝒅𝒊𝒕𝒊𝒗𝒊 𝒏𝒆𝒊 𝒄𝒂𝒓𝒃𝒖𝒓𝒂𝒏𝒕𝒊 (𝒔𝒊𝒂 𝒂𝒗𝒊𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒕𝒆𝒓𝒓𝒆𝒔𝒕𝒓𝒊) 𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒈𝒊𝒔𝒄𝒐𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒑𝒓𝒆𝒄𝒖𝒓𝒔𝒐𝒓𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒊𝒄𝒐𝒍𝒂𝒕𝒐.
La verità è dunque spesso più semplice e più brutale di quanto le complesse proiezioni algoritmiche dei governi vogliano ammettere.
Il recupero della nostra biosfera passa per la denuncia di questa architettura artificiale del calore. In questo scenario di ecosistema artificializzato, pratiche come l’Earthing — il ricollegarsi fisicamente e biopoliticamente alla Terra — smettono di essere curiosità olistiche per diventare atti di resistenza necessari.
La prossima volta che alzerete lo sguardo verso una scia (persistente o evanescente) che si sfrangia in una coltre biancastra, ricordate che state osservando il velo artificiale che ci separa dalla convezione naturale. Guardare il cielo con occhi diversi non è solo un atto di consapevolezza; è il primo passo per tornare a respirare un futuro che non sia stato deciso a tavolino da infami senza volto.

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