di Federico Rucco
Mancano meno di due mesi dalle elezioni politiche in Israele (il prossimo 27 ottobre), e sulla campagna elettorale è esplosa politicamente una nuova, inchiesta del quotidiano Haaretz che sta scuotendo la scena politica israeliana rimettendo nel mirino le responsabilità per il fallimento della sicurezza che ha portato all’attacco militare dei palestinesi contro Israele del 7 ottobre 2023.Secondo la ricostruzione di Haaretz, Netanyahu sarebbe stato avvertito personalmente, circa dieci giorni prima dell’attacco, dal leader degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, di una “grande operazione” in preparazione da parte di Hamas.

L’inchiesta di Haaretz, si basa sulle informazioni contenute nel libro di due giornalisti, Shlomi Eldar e Ruth Yuval, che sarà pubblicato a breve, e che inquadra il 7 ottobre nei negoziati segreti che si sarebbero tenuti tra Israele e Hamas nel 2023. I colloqui, che miravano a una tregua e a uno scambio di prigionieri, si arenarono quando Netanyahu ritardò ripetutamente la convocazione della commissione ministeriale necessaria per approvare il rilascio di detenuti palestinesi.
I contatti per un possibile accordo sarebbero iniziati nel 2023. Un alto interlocutore di Fatah chiamato “Occhi di carbone” scambiava messaggi in ebraico con Ghazi Hamad, rappresentante di Sinwar, così da far sembrare che non ci fosse alcun contatto diretto tra Israele e Hamas, scrive Haaretz.
In realtà, le conversazioni focalizzate sull’allentamento del blocco su Gaza e sul miglioramento delle condizioni nella Striscia, erano “praticamente dirette.” Sia Hamad e Occhi di carbone si vedevano nella casa di un ex funzionario dell’Autorità Palestinese a Gaza, dove un funzionario dello Shin Bet israeliano chiamava per telefono.
Secondo quanto riportato nel libro e nell’inchiesta, all’inizio del settembre 2023, il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, interruppe i contatti e fece pervenire un messaggio minaccioso: se i negoziati non fossero proseguiti, avrebbe scatenato un “terremoto” (in arabo zilzal) contro Israele.
Il messaggio fu trasmesso da un intermediario palestinese a un consigliere del presidente emiratino e, da lì, arrivò allo Shin Bet, i servizi di intelligence interni israeliani. All’inizio di settembre 2023 un alto funzionario dello Shin Bet ha riferito a Haaretz che Sinwar
“è scomparso dal nostro radar, è evaporato.”
Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, informò Netanyahu il 15 settembre e, due giorni dopo, il 17 settembre, convocò una riunione di sicurezza raccomandando un’azione militare decisiva contro Sinwar. Secondo le fonti di Haaretz, Netanyahu chiese un piano, ma la decisione fu rinviata e non fu preso alcun provvedimento significativo.

Il punto critico secondo Haaretz, va collocato nell’ultima settimana di settembre, quando il leader emiratino bin Zayed chiamò direttamente Netanyahu com una telefonata durata circa 45 minuti per metterlo in guardia. Bin Zayed avrebbe espresso preoccupazione per un’operazione di Hamas che avrebbe causato un elevato numero di vittime, destabilizzato la regione e messo a rischio gli Accordi di Abramo, il trattato di normalizzazione dei rapporti tra Israele e pochissimi Paesi arabi – tra cui proprio gli Emirati Arabi Uniti – avevano firmato nel 2020.
Il rapporto afferma che il leader emiratino bin Zayed avrebbe condiviso il suo avvertimento anche con il direttore della CIA William J. Burns, affermando di aver cercato di convincere Netanyahu che
“qualcosa lì sta per esplodere.”
La risposta di Netanyahu, stando a quanto riportato dai funzionari ad Haaretz, fu apparentemente calma. Egli avrebbe affermato che Israele aveva la situazione sotto controllo, che Hamas sembrava più concentrato sulla Cisgiordania e che Israele era pronto per qualsiasi scenario.
Il punto cruciale dell’accusa è che Netanyahu non avrebbe trasmesso alcuna informazione su questa importante conversazione né ai vertici militari né ai capi dei servizi di intelligence, e nemmeno durante le riunioni sulla sicurezza successive al 1° ottobre.
L’ufficio del Premier Netanyahu ha respinto la ricostruzione con forza la ricostruzione di Haaretz, definendola “un’assoluta menzogna” e negando che il Premier abbia parlato con il leader emiratino o ricevuto un avvertimento da lui nel periodo precedente al 7 ottobre. Su questo anche gli Emirati Arabi Uniti non hanno commentato pubblicamente la vicenda.
Il Capo di Stato Maggiore Herzi Halevi e gli ex capi dello Shin Bet e del Mossad hanno confermato di non essere mai stati informati di un simile avvertimento.
Le rivelazioni di Haaretz, sebbene non verificate, hanno acceso un durissimo scontro politico a poche settimane dalle elezioni del 27 ottobre. I capi dell’opposizione, in una dichiarazione congiunta, hanno definito le rivelazioni “scioccanti” e hanno chiesto un’indagine immediata, sostenendo che
“il pubblico ha il diritto di sapere cosa sapeva Netanyahu e quando lo sapeva”.

L’ex Premier Naftali Bennett ha dichiarato che Netanyahu
“porta una responsabilità personale e diretta per il fallimento che ha portato alla morte di migliaia di israeliani”.
La pubblicazione dell’inchiesta di Haaretz, ha riacceso i riflettori sul più grave fallimento della sicurezza nella storia di Israele.
Le elezioni si svolgono già in un clima politico molto acceso, a quasi tre anni dall’attacco del 7 ottobre 2023, e sono viste come un vero e proprio referendum sulla gestione della guerra e della sicurezza da parte del governo guidato da Netanyahu. I sondaggi indicano che il blocco del Premier è in difficoltà, con il partito di opposizione Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, che risulta in vantaggio.
La ricostruzione di Haaretz e il libro di Eldar e Yuval cercano così di dare sistematicità ai sospetti che da tre anni circolano intorno all’ipotesi che il 7 ottobre “Netanyahu abbia lasciato fare” per poter poi avere il casus belli per scatenare il genocidio contro i palestinesi.
E’ una tesi che i giornalisti e scrittori israeliani oggi irrobustiscono con alcuni elementi in più, ma che continuiamo a prendere con le pinze, sia perché è decisamente molto funzionale allo scontro politico interno ad Israele, sia perché alimenta nuovamente quella mentalità secondo cui Israele sarebbe sempre invincibile e gli arabi incapaci di produrre azioni militari di rilievo.
E se queste azioni alla fine riescono nel loro obiettivo è solo perché “Israele glielo ha consentito”. Le possibili capacità organizzative dei palestinesi e i buchi che la routine apre anche nei sistemi di sicurezza più consolidati, non vengono mai presi in considerazione.
E’ una logica un po’ autoconsolatoria che non ci ha mai convinto, nè in questa nè in altri avvenimenti della storia.











