di Alexander Dugin
In questo estratto dal libro Julius Evola: Tradizionalismo politico, Alexander Dugin esamina il concetto di «individuo differenziato» di Evola, sostenendo che i suoi passaggi dall’anarchismo di destra all’imperialismo pagano riflettono risposte mutevoli al mondo esterno piuttosto che un cambiamento nella sua visione tradizionalista fondamentale.
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Nel suo libro Cavalcare la Tigre, il compianto Evola scrisse che, nelle condizioni di completo degrado del mondo del dopoguerra, all’avvicinarsi del punto ciclico più basso della storia umana, in una situazione in cui la stessa possibilità di una Rivoluzione Conservatrice era stata esclusa, agli «individui differenziati», cioè a coloro che interiormente appartengono al mondo della Tradizione, piuttosto che al mondo moderno desacralizzato, restava una sola opzione: il «fronte delle catacombe», un tentativo disperato di trasformare il veleno in medicina attraverso il rifiuto personale dell’esistenza perversa che li circondava.

Evola trasse dalla sua vita attiva, intensa, tragica ed eroica la consapevolezza dell’impossibilità di realizzare gli ideali tradizionalisti e conservatori-rivoluzionari nel mondo moderno: ovunque le forze antidemocratiche e anticomuniste riuscissero a prevalere, esse rimanevano in gran parte sorde al sacro e non compivano alcun serio tentativo di un autentico restaurazione della Tradizione. I veri tradizionalisti continuarono a rimanere ai margini per tutta la breve storia degli Stati della Terza Via.
A seguito di numerose manipolazioni di vari concetti conservatori-rivoluzionari a livello ideologico, di partito, politico e persino culturale, divenne impossibile separare il grano dalla paglia, la verità dall’imitazione.
I valori «di destra», che avrebbero dovuto essere vicini ai tradizionalisti, finirono per essere identificati con il capitalismo o con gli interessi della burocrazia statale, mentre tra i valori «di sinistra», che avrebbero dovuto essere del tutto estranei ai tradizionalisti, emersero motivi di critica equa, accurata e profonda alla civiltà moderna antitradizionale.
Così, i rapporti tra «destra» e «sinistra» si sono spostati e sono diventati sfocati.
Inoltre, le forze «sovversive» della contro-iniziazione — quella misteriosa organizzazione che, secondo i tradizionalisti, controlla i processi negativi della civiltà — cercano di avvalersi del controllo intellettuale, finanziario e propagandistico per mettere al proprio servizio una vasta gamma di concetti, distorcendone il significato originale in base alle proprie esigenze.
Pertanto, Evola giunse infine alla conclusione che l’unico criterio di autenticità per una persona che intenda opporsi al mondo moderno è la qualità della differenziazione interiore e un rifiuto organico di tutti i valori della civiltà contemporanea, di tutti i suoi miti e slogan, di tutte le sue pseudo-santità e pseudo-leggi. L’esito tragico dei tentativi falliti di Rivoluzione Conservatrice in Europa confermò ancora una volta la necessità della fase iniziale di «negazione totale» che lo stesso Evola aveva sperimentato nella pratica durante la sua giovinezza dadaista.
Questa centralità del tipo puro di «individuo differenziato», al di là dell’appartenenza a partiti o gruppi, al di là della «destra» e della «sinistra», si manifestò, in particolare, nel fatto che molti seguaci italiani di Evola, a partire dagli anni ’60, scelsero la via dell’anarchismo di destra. Questa interpretazione dei concetti di Evola non era affatto un eccesso né un allontanamento dal tradizionalismo ortodosso.
Al contrario, la scomparsa degli ultimi residui della Tradizione dal campo della civiltà, la vittoria completa delle forze antisacre, cosmopolite e sovversive su tutto il pianeta, e la totalità della dittatura ideologica del sistema — tutto ciò costrinse le persone fedeli alla logica della Rivoluzione Conservatrice, cioè alla rivoluzione contro il mondo dell’anti-Tradizione e per la salvaguardia del mondo della Tradizione, a radicalizzare l’aspetto negativo e rivoluzionario delle loro dottrine, fino ad adottare una posizione anarchica estrema. Ma questo anarchismo degli individui differenziati differisce dall’anarchismo ordinario in quanto percepisce la negazione totale come un superamento eroico: al di là dei limiti della negazione stessa non si trova un abisso, bensì l’orizzonte del mondo positivo e splendente dello spirito, il mondo della Tradizione, il mondo dell’Assoluto.

Alcuni studiosi dell’opera di Julius Evola, in particolare Philippe Baillet, traduttore dei suoi libri in francese e profondo conoscitore delle opere e della vita di Evola, ritenevano che l’«imperialismo pagano», o più precisamente la figura dell’imperialista pagano, fosse in un certo senso l’antitesi dell’«uomo differenziato» del libro Cavalcare la tigre il quale, a sua volta, è molto più vicino al primo periodo dadaista. 1 Infatti, se ripercorriamo le tappe della vita del barone Evola, vedremo che la logica del percorso dall’anarchico di destra all’imperialista pagano e di nuovo all’anarchico di destra non è né un circolo vizioso del destino, né un segno di degrado, né una rinuncia rispetto al Tradizionalismo.
In tutti i casi, abbiamo a che fare con lo stesso tipo di personalità umana: l’«uomo differenziato». Questo tipo è un punto di riferimento fondamentale e immutabile, una sorta di presenza «non umana» all’interno di una personalità puramente umana, la presenza di una forza superiore e spontanea proveniente dall’alto. Nella storia e nel corso del tempo, non è questo tipo in sé a cambiare, ma il mondo esterno ad esso, e questi cambiamenti esterni provocano reazioni corrispondenti, che variano a seconda delle circostanze.
In un periodo in cui nella civiltà sono evidenti processi antisacri, antitradizionali e antispirituali, quando tali processi iniziano a prevalere, l’«individuo differenziato» sottolinea il proprio rifiuto del mondo esterno, la propria negazione, il proprio anarchismo, il proprio «no». E qui non stiamo parlando delle tendenze distruttive o creative di una natura o di un’altra, ma di una reazione fondamentale e profonda che è praticamente impossibile da imitare o calcolare. In questo caso, non importa se una persona proponga o meno valori alternativi: può trovarsi in una situazione in cui non è in grado di trovare forme intellettuali o culturali adeguate per esprimere i propri ideali interiori.
L’unica cosa che conta è che rifiuti organicamente il mondo desacralizzato e si rifiuti di obbedire alle sue leggi, di riconoscerne le priorità o di soccombere all’ipnosi delle sue esortazioni e minacce.
Ma, a differenza dei nichilisti puri, a differenza degli anarchici di sinistra, al minimo segno di processi inversi di restaurazione spirituale nel mondo esterno, orientati al ritorno alla Tradizione, al ritorno al sacro, l’«uomo differenziato» scopre immediatamente il lato affermativo e creativo della sua natura interiore, rivela il suo grande «sì» interiore, l’«eterno sì dell’essere» (ewige Ja des Seins), come scriveva Nietzsche.
In un momento simile, il mondo esterno, nel tentativo di far rivivere la propria sacralità perduta, suggerisce inevitabilmente all’«uomo differenziato» termini costruttivi per esprimere la sua posizione, che a volte possono risultare imprecisi o pragmatici, ma che in ogni caso riflettono un profondo impulso sacro — vivo, concreto e organico.
Così, l’«uomo differenziato» diventa il creatore e il difensore dell’impero quando le tendenze verso il ripristino dell’ordine sacro — il cui simbolo supremo è l’impero sacro — spezzano l’unidirezionalità dei processi di involuzione storica, degrado e decadenza civilizzativa, quando forze nuove e fresche si levano contro il «tramonto dell’Europa».

Tenendo conto di tutto ciò, si può affermare inequivocabilmente che i cambiamenti ideologici nella visione del mondo di Julius Evola non riflettono il suo percorso privato e individuale, ma il destino dell’archetipo, il destino dell’«uomo differenziato» per eccellenza, la logica della tragica lotta del difensore della Tradizione nella nostra epoca oscura.
Quando i tentativi di attuare una Rivoluzione Conservatrice a livello esterno falliscono, quando le forze antisacre ricominciano a dominare completamente, senza lasciare alcuna possibilità esterna di resistenza, allora i motivi anarchici tornano ad essere rilevanti, e la negazione si impone ancora una volta, ancora più decisiva e assoluta, temperata dall’esperienza delle speranze deluse.
Ma anche questo «no» non è definitivo e irrevocabile.
L’«individuo differenziato» non può cambiare la propria natura interiore e diventare un nichilista classico. Non appena si presenterà la prima occasione per cambiare nuovamente la situazione esterna, una grande forza creativa si aprirà al di là dell’anarchismo: una forza immanente e concreta, globale e onnicomprensiva, per la creazione di un nuovo impero o per la restaurazione di uno antico, eterno, unico.
1 Philippe Baillet, «Un viatico per l’uomo nobile quando non c’è più nulla da amare» in Julius Evola, Chevaucher le tigre (Parigi: Guy Trédaniel, 1982).
Estratto dal libro: Julius Evola: Tradizionalismo politico.
In questo volume di riferimento, Alexander Dugin presenta un ampio panorama della vita, delle opere e della controversa eredità del tradizionalista italiano Julius Evola. Frutto di quasi mezzo secolo di approfondimento delle opere di Evola, i saggi di Dugin intrecciano prospettive filosofiche, esoteriche e biografiche per mettere in luce le dimensioni chiave del progetto evoliano.
Dai primi esperimenti dadaisti e dagli scritti filosofici di Evola alle sue esplorazioni del Tantra, dell’alchimia e del Santo Graal; dal suo impegno nella Rivoluzione Conservatrice e nel fascismo alle sue riflessioni sull’«uomo differenziato» e sul «cavalcare la tigre» — Dugin rilegge Evola come fenomenologo dell’iniziazione e come precursore rivoluzionario della politica tradizionalista.
Collocando la rilevanza di Evola all’interno del tradizionalismo russo, della Quarta Teoria Politica e della crisi della postmodernità, Dugin sostiene che Evola non è affatto una figura del passato, ma una forza vitale nel presente.
Julius Evola: Tradizionalismo politico è una lettura imprescindibile come introduzione all’opera di Evola, una vetrina unica del pensiero di Dugin e un invito a risvegliare oggi il pensiero e l’azione tradizionalisti.
5 settembre 2026
Traduzione dall’inglese di Piero Cammerinesi per LiberoPensare
Alexandr Dugin è un filosofo politico, stratega e ideologo russo, noto per promuovere il neo-eurasianismo, un’ideologia geopolitica che sostiene un potente impero eurasiatico guidato dalla Russia come contrappeso all’Occidente. Egli invoca un mondo multipolare, la sovranità spirituale e i valori tradizionali, opponendosi al liberalismo e al dominio occidentale.
Ha diretto il dipartimento di Sociologia delle relazioni internazionali presso l’Università statale di Mosca(2008-2014) e recentemente è entrato a far parte della Scuola superiore di politica Ivan Ilyin nel 2023.











