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Sul Problema della Democrazia

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di Andrea Zhok
Ogni volta che mi sono accostato ad un’esperienza politica negli ultimi anni, una delle principali costanti è stata incontrare – proprio tra quelli che avrebbero più ragioni per auspicare un serio cambiamento di rotta – una forma di rassegnazione endemica, di sfiducia capillare.
Di fronte a qualunque tentativo di prendere sul serio la democrazia, cercando di portare istanze di popolo nelle istituzioni, nei governi locali o nazionali, innumerevoli persone pongono – con argomenti anche sottilmente diversi – una e una sola istanza scettica:
“Pensi davvero che cambierà qualcosa?”
Ora, credo che l’unica risposta onesta sia sempre una:
“VOGLIO CREDERE che sia possibile cambiare qualcosa.”
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La forma di questa frase è quella di un atto di fede.

La ragione di questa forma è che qui siamo su un piano che potremmo chiamare delle “profezie autorealizzantesi”.
È un piano frequente nelle dinamiche collettive.
Con un esempio, il denaro di per sé è una convenzione priva di valore in sé. Tuttavia il fatto che tutti credano che abbia valore, fa sì che esso funzioni davvero come una sostanza dotata di valore e produca tutte le conseguenze di una sostanza dotata di valore.
Sul piano personale la mia ascendenza famigliare appartiene a quei ceti, rurali o piccolo-borghesi, che prima della Rivoluzione Francese non avrebbero toccato palla, e anche dopo hanno faticato non poco ad essere minimamente calcolati.
Non vivo perciò la “democrazia” come un sistema istituzionale astratto, ma come un esperimento storico che di fatto ha dato parola a persone che altrimenti sarebbero rimaste il concime dei campi altrui.
E la maggior parte delle persone di qualità che ho conosciuto in vita mia appartenevano a questo stesso novero: non erano famiglie di antica nobiltà, né di antica proprietà, e in un mondo privo di elementi democratici non avrebbero mai avuto alcuna possibilità di alzare la testa e la voce.
Sono state davvero poche le fasi storiche in cui “democrazia” è stata più che un’espressione teorica.
Tra queste la più prominente è stata quella dei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale in Europa, e di cui ho percepito solo la coda in via di dissolvimento, negli anni ’80 del XX secolo. In quella breve, ma importante, fase storica non abbiamo assistito soltanto ad un miglioramento economico dei ceti popolari.
Abbiamo anche assistito ad una crescita della partecipazione, della consapevolezza politica, della capacità di comprendere i propri bisogni e l’interesse pubblico.
Senza idealizzare un periodo storico che pure aveva molti limiti, dev’essere chiaro che in quella fase storica siamo andati approssimando forme di democrazia reale. Praticamente tutti i diritti sociali e collettivi che ancora oggi ci permettono di tenere (per alcuni, e a malapena) la testa al di sopra dell’abbrutimento paraschiavistico sono stati ottenuti in quegli anni.
La democrazia è stata da sempre una scommessa complicata.
Sin da Platone si sapeva che essa avrebbe avuto la tendenza a degenerare in demagogia e poi in tirannide. Perché ciò non accadesse era necessario “creare e coltivare” il popolo. E questo significava istruzione pubblica, funzione formativa dei media e stimolo costante alla partecipazione. La scommessa era che praticando la democrazia in forma partecipata il popolo sarebbe divenuto sempre più capace di esercitarla bene.
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Questa scommessa è stata lasciata cadere volontariamente a partire dagli anni ’80, accettando l’equazione liberale per cui l’unica vera espressione democratica di cui era doveroso curarsi era il mercato.

Si accettò l’idea che i media non dovessero avere un ruolo formativo (niente più sceneggiati sui classici, niente più “maestro Manzi”, ecc.), ma dovessero solo intrattenere, abbassando progressivamente le richieste ai fruitori.
Si accettò l’idea che l’istruzione pubblica non dovesse produrre cittadini, ma “forza lavoro” (fallendo peraltro anche questo obiettivo).
Si promosse l’idea della fine delle ideologie, sostituite tutte da un’unica ideologia, fatta passare per norma naturale: il mercato come luogo di incontro e realizzazione dei desideri individuali.
Con gli anni ’80 è dunque partito un processo di erosione che, se non arrestato, ha un unico punto di sbocco, ovvero una plutocrazia compiuta e istituzionalizzata. La plutocrazia che già intravediamo ha la stessa assolutezza di potere delle autocrazie del passato, ma in un contesto gravemente degradato sul piano culturale. Al posto degli aristocratici e dei feudatari del passato – che almeno erano originariamente uomini d’arme e, spesso, avevano timor di Dio – oggi governano squali e usurai, ingranaggi di lusso dell’anonima macchina del capitale.
Ecco, oggi nel 2026, è passato quasi mezzo secolo da quando il nostro esperimento di democrazia reale ha cominciato ad arretrare.
Due generazioni sono nate e cresciute in questa temperie.
Oggi, gli scritti popolari che Marx, Engels, Gramsci e tanti altri rivolgevano agli operai e ai contadini – e che ebbero enorme ricezione – verrebbero percepiti come pipponi intollerabili, robe astruse; chiederemmo all’AI di farcene un riassunto in una frasetta o un reel.
Non è che gli operai di fine ‘800 fossero più colti della popolazione media odierna. No, è che pensavano di AVER BISOGNO di strumenti per sollevarsi dall’ottusità e dall’impotenza, e per ciò, per darsi strumenti di lotta, erano persino disposti a fare fatica. Ma oggi la sola menzione di un argomento del genere suona come inquietante elitismo. Si è abituati ad essere sedotti dai prodotti, inclusi i prodotti culturali, che ci devono blandire affinché li si compri. E naturalmente se l’aspettativa è questa qui, i politici che vengono allevati dovranno essere solo abili venditori di pentole, che una volta che il bonifico è arrivato e il set di pentole è a casa, spariscono, lasciandoti le pentole arrugginite.
Dunque, ritornando alla questione iniziale, a quello che ho chiamato “atto di fede”: se uno mi chiede oggi se sono convinto che possiamo evitare di andare a sbattere, se sono sicuro che potremo cambiare rotta, se ho fiducia che l’impegno delle persone di buona volontà verrà premiato, l’unica risposta che ho è: VOGLIO CREDERCI, perché solo volendolo esiste una possibilità (non una certezza) che quelle prospettive si realizzino.
Il sol dell’avvenir non ci attende quieto all’orizzonte.
È più probabile che all’orizzonte ci attenda l’incenerimento termonucleare.
Ma talvolta la fede, quando diviene collettiva, muove davvero le montagne.

 

13 Luglio 2026

Fonte: Andrea Zhok


Andrea Zhok, nato a Trieste nel 1967, ha studiato presso le Università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex.
È dottore di ricerca dell’Università di Milano e Master of Philosophy dell’Università di Essex.
È autore di numerose pubblicazioni, scientifiche e divulgative; tra le pubblicazioni monografiche: “Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo” (Jaca Book 2006); “Emergentismo” (Ets 2011); “Critica della ragione liberale” (Meltemi 2020).

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