Fisica empedoclea dell’Etere, e Lascito steineriano

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δὲ ὁσίως καὶ δικαίως διαβιώσωμεν, μακάριοι μὲν ἐνταῦθα, μακαριώτεροι δὲ μετὰ τὴν ἐνθένδε ἀπαλλαγήν, οὐ χρόνωι τινὶ τὴνεὐδαιμονίαν ἔχοντες, ἀλλ‘ ἐν αἰῶνι ἀναπαύεσθαι δυνάμενοι‘ἀθανάτοις… ἀτειρεῖς‘

(Ἐμπεδοκλῆς)

tratto dal volume “EMPEDOCLE” a cura di Aurelio Bruno, Edizioni A.V.I. A.P.S. ISBN: 9798189923654, 2026

DOI: https://doi.org/10.5281/zenodo.22859513

1. PREAMBOLO

Prima di entrare nel tema è necessario chiarire il metodo, perché senza di esso l’intera operazione appare come imposizione moderna su testo antico, mentre è esattamente il contrario.

La filologia classica, da Diels a Primavesi, si trova davanti a un problema irrisolto. Empedocle, Parmenide, i Pitagorici parlano continuamente dell’etere, delle radici, degli effluvi, dei pori ben forati, dell’etere malsano e dell’etere puro, ma lo fanno con un linguaggio che, se letto con le categorie della fisica moderna, appare contraddittorio, poetico o mitico. Così la filologia è costretta a dire che Empedocle è confuso, che Parmenide è mistico, che Pitagora fa magia. È una resa ermeneutica.

Rudolf Steiner offre invece una fisica dell’etere completa, coerente e verificabile per via iniziatica: la formula fondamentale è Materie drueckt, Aether saugt, la materia preme, l’etere risucchia; il Sole non è un corpo fisico che preme luce, ma è un recesso nello spazio, dal tedesco Aussparung im Raum, cioè un buco nell’etere, una frattura creata dallo scontro ove non si è formato lo spazio perché l’etere puro ha continuato a risucchiare; fuori dallo spazio c’è il nulla.

Steiner lo conferma laddove parla di Lichtäther, etere di luce, non come qualcosa che trasporta luce, ma come qualcosa che la luce la risucchia. Ancora dice che la materia è etere pressato. Dunque, la luce non è materia che viaggia, è etere che si de-pressa, che torna a risucchiare.

Similmente a Steiner Platone nel Cratilo parla di etere come:

qualcosa che ‘scorre sempre’, ἀεὶ ῥεῖ? da esso, quando fluisce, sorge il vento? E infatti i poeti chiamano i venti ἀήτας.(62) E forse vuoi dire ἀητόρρουν (‘vento che scorre’) come se si dicesse πνευματόρρουν (‘soffio che scorre’).

Queste tesi sono strumenti di decifrazione, perché spiegano meglio di tutti i paradigmi concorrenti ciò che i testi antichi dicono. Quelle frasi resterebbero oscure se lette con Newton o con Einstein. Diventano chiare, immediate, quasi tecniche, se lette con Steiner.

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Questo è metodo scientifico: si parte dalla teoria più semplice e che ha il maggior potere esplicativo.

La teoria steineriana dell’etere che risucchia ha un maggior potere esplicativo delle teorie antiche sull’etere rispetto alla fisica della pressione, perché rende ragione di tutti i passi senza doverli dichiarare mitici, poetici o errati. Per questo, ogni volta che di seguito si parlerà di etere che risucchia, non si intenderà una imposizione moderna su un testo antico, ma di “una restituzione”:

Steiner ha declinato meglio ciò che Empedocle, Parmenide e Pitagora già sapevano e dicevano con altri nomi. Philotes è Sog (risucchio eterico), Neikos è Druck (pressione dello spazio e della materia), ma non perché Steiner corregge Empedocle, ma perché Empedocle intendeva già Sog e Druck e Steiner li ha rinominati con maggiore precisione. Q

uesta è la premessa metodologica.

Si tratta di riprendere Empedocle come poeta-iniziato, come guaritore, come sciamano, come iatromante. Per farlo occorre fare un passo ulteriore: dire che l’esperienza iniziatica ha una fisica propria, e che questa fisica è basata sull’etere che risucchia. Se Empedocle è mago, non opera solo con simboli, ma opera con l’etere, nel senso steineriano.

Il maestro Tonelli ha tracciato la dimensione poetico-iniziatica ancor più sciamanica. Bisogna aggiungere però la via cosmologica e trattare dell’esperienza iniziatica come esperienza di fisica a sè, e questa fisica è l’etere che risucchia. Ben dice Tonelli che parla di radici come forze viventi: esse non premono, risucchiano. È la differenza tra una lettura simbolica e una lettura ontologica. Per Tonelli la radice è simbolo di vita, ma la radice è anche organo di risucchio reale, non solo dal terreno, ma anche come generale principio fisico.

Lo stesso vale per Peter Kingsley. Kingsley ha mostrato che i presocratici erano sciamani, che Parmenide era iatromante, che Empedocle era mago. Ma lo sciamanesimo di Kingsley resta misterico, quasi ineffabile, perché gli manca la categoria del contro-spazio. Il contro-spazio è ciò che sta oltre il Nulla circondato dal blu di cui parla Steiner. Kingsley, in Reality e nei suoi studi su Parmenide ed Empedocle, ha mostrato che i presocratici erano sciamani, che la loro scrittura era tecnica di incubazione, che Empedocle a Acragante non faceva lezioni ma guarigioni. In Kingsley lo sciamanesimo resta ancora legato a una dimensione misterica, quasi ineffabile. Ma la fisica empedoclea dell’etere era, invece, meccanica e precisa. Quando il Papiro del Cairo dice che effluvi di ogni genere sono presenti nell’etere, e che ogni corpo appare per mezzo di particelle sottilissime che passano attraverso i pori, per Kingsley questa è una descrizione di stato alterato di coscienza. Essa, invece, è descrizione di fisiologia eterica. Vedere è essere risucchiati e guarire è riaprire pori ostruiti dalla pressione dello spazio. Il mago non evoca spiriti, muove etere che risucchia.

Martin e Primavesi hanno restituito testi fondamentali, ma li hanno letti con categorie ancora aristoteliche. Primavesi legge Philotes e Neikos come forze meccaniche che aggregano e separano particelle in uno spazio neutro.

Non è così: se Philotes aggrega senza consumarsi, se Neikos divide senza consumarsi, se entrambe sono eterne, come dice Empedocle, allora non sono forze nello spazio, sono spazio e contro-spazio.

Primavesi vede nello Σφαῖρος una sfera perfetta. Noi pensiamo che lo Sphairos non è risultato di forze che si equilibrano, è scomparsa totale della pressione, vittoria totale del flusso eterico.

La questione è un’altra: lo Sfero è circolare o rotondo? La domanda è precisa: circolare è un’azione che torna su di sé, rotondo, invece, è forma nello spazio. Lo Sphairos è circolo, non è una palla. Tanto sia dal punto di vista della più rigorosa filologia (Empedocle e Parmenide lo descrivono sempre come “circolare”) che della logica.

Né concordiamo con Bollack, O’Brien e Curd. Bollack legge Empedocle come poeta della natura in senso quasi ecologico, O’Brien come cosmologo che anticipa la chimica, Curd come metafisico.

2.RHIZOMA COME ETERE E NON COME STOICHEION

La prima innovazione dottrinaria, e la più dirompente per la filologia empedoclea, sta in una parola: ῥιζώματα (radici). La filologia dominante, da Diels-Kranz a Wright, da Inwood a Trépanier, fino a Primavesi, traduce Empedocle B6 come quattro elementi o quattro radici intese come principi materiali, come mattoni del cosmo.

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Quando si riferisce alle radici Empedocle non usa mai στοιχεῖον (elemento), che è un termine aristotelico introdotto per normalizzare i presocratici dentro la propria fisica della pressione. Empedocle usa ῥιζώματα. Rhizoma non è un mattone, è un vivente che risucchia. Una radice non spinge la terra, la beve. Non occupa spazio per pressione, crea spazio per risucchio.

Se le radici fossero materia, esse dovrebbero potersi consumare, come argomenta Empedocle stesso in B17. Se il tutto non può accrescersi né diminuire, come dice il frammento, è perché ciò che lo compone non si consuma. La materia si consuma, l’etere no.

Dunque, le radici sono etere. È argomento di logica.

Detto in altro modo, se le quattro realtà primordiali sono radici che succhiano, allora non sono materia che preme. Sono eteri che succhiano. Sono i quattro eteri steineriani: l’etere di vita, l’etere chimico, l’etere di luce, l’etere di calore, che Empedocle chiama Zeus, Hera, Aidoneo, Nestis.

Urge staccarsi da tutta la tradizione aristotelico-scolastica: il mago operava, infatti, con l’etere non con la materia.

3. PHILOTES E NEIKOS COME RISUCCHIO E PRESSIONE, OVVERO AHURA MAZDA E AHRIMAN

Nella letteratura corrente, da O’Brien a Primavesi a Curd, Philotes e Neikos sono lette come forze meccaniche, quasi attrazione e repulsione newtoniane nello stesso spazio.

Noi, in contro corrente, diciamo che Philotes non agisce nello spazio, è azione del contro-spazio eterico che assorbe e risucchia. Neikos non è altra forza nello spazio, è la pressione stessa dello spazio della materia. Dice Empedocle, infatti, che l’attacco di Neikos creò il cosmo.

Lo Σφαῖρος nella tradizione, da Bollack a Graham, è considerato una palla rotonda, un solido geometrico.

Lo Sphairos è, invece, circolare perché è un vortice di aspirazione totale, dove tutto l’essere è assorbito. Non ha una forma, ha un’azione. È il momento in cui Philotes ha risucchiato tutto e la pressione è cessata. La formula steineriana Materie drueckt, Aether saugt è la chiave: Philotes è Sog (aspirazione), Neikos è Druck (pressione). Empedocle non è precursore di Newton, è teorico del contro-spazio. Lo Sphairos è piatto e circolare, però, non solo per Parmenide ed Empedocle, che parlano sempre di cerchio o circolo, ma anche nel Corpus Ermeticum nei Mandala indiani o nell’Abhidharma buddhista.

È per questo che Empedocle dice che nello Sphairos non c’è né sole né terra né mare (31 B 27), non perché è vuoto, ma perché è pieno di risucchio, e il risucchio non ha forma. Anche nell’Abhidarma si parlava del risucchio eterico. Il tema però porterebbe lontano.

La cosmologia moderna, invece, dice che fuori dall’universo non c’è nulla, ma pensa il nulla come spazio vuoto, come contenitore vuoto che preme ancora.

Secondo Steiner e Empedocle, fuori dallo spazio c’è Nulla che non è spazio, è assenza di spazio.

Anticipiamo, infine, la origine zoroastriana della tesi empedoclea sull’etere: la Philotes di E. è uguale a Spenta Mainyu, lo spirito benefico che risucchia, che è Ahura Mazda, mentre Neikos è uguale ad Angra Mainyu, lo spirito distruttivo che preme, che è Ahriman.

4. GLI EFFLUVI E LA VISIONE COME RISUCCHIO

Nel commento al Papiro del Cairo 2025, edito da Carlig, Martin e Primavesi, si legge che non solo dalla mirra pura o dal rame fuso provengono effluvi, ma effluvi di ogni genere sono presenti nell’etere. Il frammento B89 parla di molti effluvi di bronzo e ferro. I frammenti B84 e B100 dicono che ogni corpo appare per mezzo di particelle sottilissime che passano attraverso i pori e le cavità ben forate delle pupille.

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La filologia, da Aristotele a Beare a Sedley, discute se Empedocle sostenesse la intromissione o la estromissione.

La questione è mal posta, perché resta dentro la fisica della pressione. Empedocle dice altro: l’occhio è una cavità ben forata, un poro, un vuoto che risucchia. L’oggetto visto è, infatti, la sorgente della visione perché perde etere, perché l’etere attorno lo assorbe. Vedere è un incontro nel contro-spazio. La visione è, dunque, risucchio d’etere, non è un raggio che preme. In questo Empedocle vicinissimo a Steiner, per il quale la percezione è descritta come etere aspirato, e si distacca da Curd e Picot che leggono ancora gli effluvi come particelle materiali.

Nella lettura comparata zoroastriana la visione non è neutra: vedere è scegliere tra Asha, la verità luminosa che risucchia, e Druj, la menzogna (lo spazio) che preme. L’occhio ben forato è fatto per lasciar passare Asha.

5. I DUE SOLI E LA CAUSA DEI PIANETI

“Il sole è immagine riflessa del fuoco attorno alla terra”,

diceva Empedocle, 31 A 56.

Il frammento, resoci noto da Aezio e Strabone, è interpretato dalla filologia come bizzarria ottica

Empedocle dice: vi sono due soli, uno archetipo che riempie tutto l’altro emisfero del cosmo, eternamente agli antipodi della sua immagine riflessa, e uno apparente che è immagine riflessa in questo emisfero ricolmo d’aria e fuoco.

La lettura corrente, da Bollack a Graham, la considera metafora.

Noi diciamo che, partendo dalla fisica dell’etere, questa è, invece, una topografia del contro-spazio eterico.

Il Sole archetipo sta nell’altro emisfero, non ha distanza, ha intensità. Il Sole apparente è il riflesso nell’etere puro. Da qui il concetto empirico del Sole come fenomeno locale uguale in ogni parte della Terra: ma il riflesso non è la cosa stessa. Il Sole è vicino non perché è piccolo, ma perché è riflesso del contro-spazio eterico che non ha spazio, separazione e misura.

Il Sole visibile è, invece, un riflesso del fuoco centrale invisibile pitagorico, di Anaghra Raochah o Luce Infinita per i zoroastriani. Esso sta nei mondi spirituali e in quanto tale è invisibile. Il riflesso sull’etere attorno la terra, invece, è visibile e abbaglia: per questo non si può misurare come corpo, per questo scalda non perché emette per pressione, ma perché in quanto, riflesso nell’etere, risucchia.

Così il Sole archetipo, nell’altro emisfero, è pura intensità di risucchio. Non ha bisogno di inviare luce, perché è luce che risucchia. Il Sole apparente, in questo emisfero ricolmo d’aria e fuoco, è il punto dove il risucchio dell’archetipo incontra la pressione sull’etere attorno alla Terra e si fa visibile come riflesso. Noi non vediamo il Sole perché la sua luce ci colpisce, vediamo il Sole perché il suo risucchio ci risucchia. È per questo che guardare il Sole abbaglia: non perché preme troppo, ma perché risucchia troppo. L’occhio, che è già cavità che risucchia, viene risucchiato a sua volta, si svuota.

Quando la scienza misura 150 milioni di chilometri, misura la distanza dell’immagine riflessa, non la cavità stessa, che non ha distanza perché è fuori dallo spazio.

Parimenti ad Empedocle nello zoroastrismo, i due soli sono Hvare-khshaeta, il Sole visibile, e Anaghra Raochah, la Luce Infinita in Garodman, la Casa del Canto, la dimora di Ahura Mazda. Il Sole visibile è il riflesso di quello invisibile.

Empedocle traduce, ovvero, in greco la dottrina cosmologica iranica.

Steiner, parla di recesso dell’etere. Recesso traduce il tedesco Aussparung. Non è uno spazio vuoto. È uno spazio che è stato risparmiato, cioè non creato. La fisica della pressione dice che lo spazio esiste già come contenitore, poi dentro si mette un corpo, il Sole, che occupa spazio e preme luce fuori. La fisica dell’etere che risucchia dice il contrario: lo spazio è ciò che si crea quando l’etere viene pressato e diventa materia. Dove l’etere resta etere, lo spazio non si crea. L’etere, sopra la Terra e soprattutto sopra la Luna, è il non luogo dove lo spazio non si è formato, perché l’etere puro ha continuato a risucchiare.

E i pianeti, cosa sono dunque?

Steiner dice che nel punto di scontro tra l’etere (Ahura Mazda o Philotes) e le forze di Neikos o Ahriman si creano dei vuoti eterici, delle cavità nello stesso etere. In quei punti di scontro, di resistenza, nasce la luce (e la musica) ovvero gli astri a noi visibili.  In prosieguo vedremo che essi sono le avanguardie di Ahriman, come diceva Zarathustra. Sono stati imprigionati dalle stelle “guardiani di Ahura Mazda” nei cerchi concentrici eterici o fasce planetarie eteriche, definite anche “corone” da Parmenide, “vortici” da Empedocle e “fusaioli” da Platone. Gli astri veri, puntualizza Steiner, non sono gli astri, punti di resistenza tra etere e Neikos, ma le stesse fasce orbitali eteriche.

6. ORIGINE ZOROASTRIANA DELLE TESI DI PARMENIDE ED EMPEDOCLE E L’ATTACCO DI NEIKOS/AHRIMAN ALLO SFERO/AHURA MAZDA

La cosmologia di Parmenide e di Empedocle non è, secondo noi, autoctona greca, ma è derivazione diretta della cosmologia zoroastriana. La tesi è argomentata su tre livelli: filologico, topologico e teologico.

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Sul piano filologico, Parmenide, nel proemio, parla di due vie, la via della Verità e la via dell’Opinione. La tradizione, da Diels a Cordero, legge la via logica e la via fisica.

Nel paragrafo citato metteremo a confronto Parmenide con Zarathustra ove le due vie sono Asha e Druj. Asha è la Verità luminosa, l’ordine eterico che risucchia, Druj è la Menzogna, il disordine dello spazio che preme.

Ancora, la Dea che accoglie Parmenide non è una Dike generica, è Daena, la guida zoroastriana.

L’Essere di Parmenide, τὸ ἐόν, sferico, immobile, eterno, non è un concetto logico, è Ahura Mazda, lo Sphairos di puro risucchio eterico. Il Non-essere è Ahriman, Angra Mainyu, la pressione e la menzogna che attacca l’Essere e lo frattura.

Lo Sphairos è Zurvan Akarana, il Tempo Infinito, prima della frattura. Quando Neikos / Ahriman attacca lo Sphairos, lo frattura, e dalla frattura nascono i pianeti. I pianeti non sono corpi per inerzia, sono ferite nel risucchio, sono i daeva, i demoni che vagano dopo la rottura, alleati di Ahriman.

Empedocle eredita, dunque, da Zarathustra i personaggi della sua cosmogonia: Philotes è Ahura Mazda o Spenta Mainyu, Neikos è Ahriman.

La lotta non è un ciclo meccanico, come vuole Primavesi, è una battaglia cosmica tra la Luce e la Tenebra, come negli Yasht e nel Bundahishn.

Sul piano topologico, la cosmologia zoroastriana divide il cosmo in due emisferi, come Empedocle.

L’emisfero superiore è la Luce Infinita, Anaghra Raochah, dove sta Ahura Mazda, l’astrale puro e salubre, e l’emisfero inferiore è la mescolanza, dove la Luce e la Tenebra si mescolano.

È esattamente la distinzione di Alessandro Polistore citato da Diogene Laerzio VIII,27: l’etere attorno alla Terra è immobile e malsano e l’etere della regione somma, sopra la Luna, è sempre in movimento puro e salubre.

La distinzione tra etere malsano sublunare ed etere puro sopralunare è nota da Reinhardt a Cherniss, ma trattata come curiosità dossografica pitagorica.

Come Empedocle, Parmenide distingue in B10 e B11, le corone di luce pura e le corone di notte mista, ovvero le fasce planetarie oggetto della mescolanza con le tenebre e quelle meno miste. È Plutarco in De facie 920b, parla della Luna come specchio, la membrana tra le due aree dell’etere quella malsana e quella pura.

La Luna, in questa lettura, è la iranica Chinvat, il ponte del Giudizio, la membrana che separa la purificazione e la liberazione. Sotto la Luna c’è il Kamaloka, il Purgatorio, il luogo di purificazione nell’etere malsano. Sopra la Luna c’è il Devachan, il Garodman persiano, l’etere puro. Macrobio diceva: lo spazio sublunare è la zona dove le anime cominciano ad essere soggette al tempo e al numero dei giorni. È lo Chinvat persiano.

Sul piano teologico, Steiner dice che Ahriman vuole far credere che la luce sia solo materia che preme. Questa è l’operazione di Neikos: far credere che Philotes sia solo attrazione meccanica, che lo Sphairos sia solo una palla rotonda, che il Sole sia solo un corpo gassoso, che la luce sia solo un fotone. Ahriman è il grande riduzionista. Ahura Mazda / Philotes invece è colui che risucchia e rivela che la luce è conoscenza.

Nei testi iranici, come il Bundahishn, Ahriman vede la luce di Ahura Mazda e la attacca per invidia (Yasna 44).

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Ancora Teopompo di Chio, citato da Plutarco, dice che secondo i Magi persiani vi sono due principi, Oromasde e Areimanio. E bisogna notare che Teopompo è contemporaneo di Empedocle e di Parmenide. La tradizione greca sapeva, dunque, della origine persiana della loro cosmologia. E anche Erodoto descrive i Magi persiani.

Empedocle stesso, secondo Diogene Laerzio, era legato ai Pitagorici, che secondo Aristosseno appresero da Zoroastro.

Parmenide è, dunque, il profeta dell’Essere come Ahura Mazda, mentre Empedocle è il profeta della battaglia cosmica. Parmenide descrive lo Sphairos prima dell’attacco, Empedocle, invece, descrive l’attacco, la frattura, la mescolanza e il ritorno. Sono due momenti della stessa rivelazione zoroastriana.

7. LA LUCE COME CONOSCENZA RISUCCHIATA

Per la fisica moderna, da Newton a Einstein, la luce è qualcosa che parte da un corpo e preme fino a noi. È materia sottile che viaggia, onda che preme, fotone che preme. Anche quando si dice che la luce è informazione, si intende informazione che preme.

Empedocle e Steiner ribaltano tutto: la luce non è materia che preme, è conoscenza che viene risucchiata.

Ci aiutano i frammenti del Papiro del Cairo sulla visione.

Come detto prima, la tradizione, da Aristotele a Teofrasto fino a Cornford, ha letto Empedocle come sostenitore della teoria dell’emissione: l’occhio emette raggi. Altri, come Teofrasto stesso in polemica, lo hanno letto come intromissionista: l’oggetto emette effluvi che entrano.

Entrambe le letture restano, però, dentro la categoria della pressione. Che sia l’occhio a premere fuori o l’oggetto a premere dentro, è sempre pressione.

Empedocle dice tutt’altro. Nel Papiro del Cairo, al verso 35-39 del secondo rotolo, Empedocle descrive l’occhio come cavità ben forata, con pori.

Non è metafora anatomica, è descrizione funzionale. Un poro non è tubo che preme, è vuoto che risucchia. L’occhio è fatto apposta per essere vuoto, per essere risucchiato. E gli effluvi di cui parla in B89, molti effluvi di bronzo e ferro, non sono polveri che volano perché spinte, sono porzioni di etere che si staccano perché risucchiate. Ogni corpo, dice Empedocle, appare perché lascia andare effluvi attraverso particelle sottilissime. Ma perché li lascia andare? Perché l’etere attorno lo risucchia: visione è risucchio d’etere, non raggio che preme. Vedere non è ricevere, ma essere svuotati.

L’oggetto non ci colpisce con luce, ci risucchia luce. E noi non colpiamo l’oggetto con sguardo, veniamo risucchiati da esso nell’etere.

Steiner lo conferma laddove parla di Lichtäther, etere di luce, non come qualcosa che trasporta luce, ma come qualcosa che è luce perché risucchia. Dice che la materia è etere pressato. Dunque, la luce non è materia che viaggia, è etere che si de-pressa, che torna ad assorbire. Quando vediamo, non è la luce che entra, ma il nostro etere di luce viene risucchiato dall’oggetto, e in quel risucchio conosciamo.

La luce è conoscenza. Cosa che d’altronde è nota nella saggezza popolare quando si dice che un certo soggetto è “un illuminato”.

Nella fisica accademica luce e conoscenza sono separate: la luce porta informazione, ma l’informazione è altro.

Luce è già conoscenza perché risucchio è conoscenza. Quando l’etere risucchia, conosce. Quando vediamo, non riceviamo dati che poi interpretiamo, siamo risucchiati nella cosa stessa. Conoscere è diventare la cosa stessa.

E come dice Steiner nell’etere sta la memoria universale, il grande contenitore di tutte le conoscenze, la cosiddetta Akasha, parola sanscrita che significa appunto “etere” o “cielo”, come detto in Cronaca dell’Akasha.

8. STEINER, EMPEDOCLE E LA SICILIA

Come detto in premessa il lascito steineriano fornisce il metodo: l’analogia concettuale tra i temi empedoclei e quelli steineriani conferisce scientificità d’approccio.

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Il rapporto tra Steiner ed Empedocle non è solo una influenza storica diretta, ma una identità strutturale. Entrambi descrivono la stessa realtà fisica, l’etere che risucchia, con linguaggi diversi, e la descrizione steineriana, più completa e sistematica, è la migliore declinazione per comprendere la descrizione empedoclea, più antica e frammentaria.

Steiner verifica Empedocle, Empedocle anticipa Steiner.

I punti di contatto tra Empedocle e Steiner sono vari. Senza Empedocle, Steiner appare senza radici. Senza Steiner, Empedocle appare senza fisica.

Un saggio di Piero Cammerinesi apporta un tassello decisivo che la filologia classica ignora: il sacrificio dell’Etna non è leggenda, è un atto eterico che permane.

Cammerinesi ricostruisce l’enigma che Steiner portava con sé in Sicilia nel 1910, riguardante una personalità vissuta a cavallo tra il mondo antico e il mondo moderno. Appena giunto in Sicilia, Steiner collegò questa personalità alla figura di Empedocle. Otto giorni dopo la conferenza di Palermo, il 2 maggio 1910, quando era già rientrato a Berlino, Steiner disse che la personalità di Empedocle gli si era presentata come qualcosa di ancora vivente nell’atmosfera spirituale della Sicilia. E disse ai palermitani: Chi coscientemente e spiritualmente metta piede in questo luogo, spiritualmente respira ancora oggi ciò che è penetrato nell’aria di Sicilia attraverso il sacrificio supremo di Empedocle!

E qui affronta il tema della morte di Empedocle nell’Etna e del suo significato spirituale. Cammerinesi riporta testualmente:

“Empedocle compì il sacrificio dell’involucro esteriore allorché offrì le sue spoglie all’Etna. Dietro a ciò si cela una profonda verità occulta. Chi va in Sicilia, ancora oggi sperimenta questo evento spirituale: respirando spiritualmente l’aria di Sicilia, egli troverà in essa ancora oggi i postumi dell’atto di Empedocle. L’anima di Empedocle si è ulteriormente incarnata. Il suo corpo, essendo stato coscientemente offerto agli elementi, ha acquisito un significato particolare, tanto che lo si ritrova oggi nell’atmosfera spirituale della Sicilia: il corpo di Empedocle costituisce parte integrante dell’atmosfera spirituale della Sicilia.”

Se il corpo eterico resta vivo tre giorni dopo la morte del corpo fisico, normalmente poi si dissolve, diceva Steiner. Ma se il corpo fisico viene offerto coscientemente agli elementi, come fa Empedocle nell’Etna, l’eterico non si dissolve, si fissa nell’etere del luogo.

“L’Etna” è, dunque, “poro della Terra”, è cavità ben forata dove la pressione e il risucchio si incontrano. Offrire il corpo lì significa imprimere l’eterico nell’atmosfera. Per questo Steiner dice che il corpo di Empedocle costituisce parte integrante dell’atmosfera spirituale della Sicilia. Non è una metafora poetica, è fisica eterica.

L’Etna, come il Sole, è cavità che risucchia. Steiner dice che l’etere è “recesso nello spazio”. L’Etna è “recesso nella crosta”. Empedocle, gettandosi nell’Etna, non si suicida, come dice la leggenda volgare dei sandali di bronzo restituiti, ma compie lo stesso gesto del Sole: diventa etere che assorbe.

La circostanza conferma, un’altra volta, la derivazione zoroastriana delle tesi di Empedocle. Nel Bundahishn, il sacrificio del giusto imprime la sua Xvarnah, la luce di gloria, nell’aria. Il corpo del santo non scompare, diventa atmosfera.

È ciò che Steiner descrive per Empedocle. Ecco la significanza e l’origine persiana della decisione di Empedocle di “eterizzazione” di sé stesso.

L’atmosfera spirituale della Sicilia è ancora impregnata di Empedocle, chi mette piede in questo luogo, forse, spiritualmente respira ancora oggi ciò che è penetrato nell’aria di Sicilia attraverso il sacrificio supremo di Empedocle.

Partire da Steiner come scelta metodologica per la migliore declinazione delle tesi antiche sull’etere non è, dunque, scelta arbitraria, ma riconoscimento che Steiner, in Sicilia, ha sperimentato direttamente ciò che Empedocle ha fissato etericamente.

La morte di Empedocle non è, dunque, la fine della filosofia, ma l’inizio della sua efficacia eterica. La filologia, da Diels a Primavesi, tratta la morte nell’Etna come aneddoto comico o tragico. Kingsley la tratta come iniziazione. Steiner la tratta come fissazione eterica.

Noi pensiamo che essa sia un atto cosmologico: Empedocle chiude il cerchio di Alcmeone, congiunge il principio e la fine, fa di vita e morte un unico circolo, e per questo, come dice il frammento B147 citato in premessa, riposa per l’eternità tra gli immortali indistruttibili, ma non altrove, nell’aria di Sicilia.

21 Ottobre 2026


Giurista e scrittore. Ha al suo attivo 67 pubblicazioni giuridiche e i seguenti titoli:
•⁠ ⁠Il Pantheon del Cielo – 2022
•⁠ ⁠Trans-umanesimo e Neo-Umanesimo – 2022
•⁠ ⁠Kosmos, il mondo degli antichi – 2022
•⁠ ⁠Psicanodia, il viaggio dell’anima nella cultura classica – 2022
•⁠ ⁠Apoteosi e musica – 2023
•⁠ ⁠Il viaggio astrale di Parmenide – 2024
•⁠ ⁠Cambiamento climatico – 2024
•⁠ ⁠Mario Lago e il periodo d’oro di Rodi e del Dodecaneso – 2024
•⁠ ⁠Il mito di Er, dal cosmo all’immortalità – 2025
•⁠ ⁠Dodecaneso, cento anni dopo: Kos, Leros e le altre isole – 2025
•⁠ ⁠Dodecaneso, cento anni dopo: Rodi – 2025
•⁠ ⁠Lo specchio di Pitagora e la Luna – 2025
•⁠ ⁠Empedocle – 2026.


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