Alla fine del mese scorso l’ufficio del Segretario Generale delle Nazioni Unite ha pubblicato un documento politico sugli obiettivi per il futuro di Internet.
Seguito del rapporto del 2021 “La nostra agenda comune”.
Il titolo del nuovo rapporto dice tutto: “Un patto digitale globale”. Questo è l’obiettivo: una legislazione internazionale che cerchi di controllare e far rispettare l’uso della tecnologia digitale.
Le clausole proposte promuovono tutto ciò che ci si aspetta che promuovano.
Identità digitali collegate all’accesso finanziario:
Gli ID digitali collegati a conti bancari o di moneta mobile possono migliorare la copertura della protezione sociale e servire a raggiungere meglio i beneficiari idonei. Le tecnologie digitali possono contribuire a ridurre le perdite, gli errori e i costi nella progettazione dei programmi di protezione sociale.
Sistemi di credito sociale basati sull’ambiente o sul cambiamento climatico:
Sensori e monitor collegati all’Internet delle cose, piattaforme di dati basate su cloud, sistemi di tracciamento basati su blockchain e passaporti digitali dei prodotti sbloccano nuove capacità di misurazione e tracciamento degli impatti ambientali e sociali lungo le catene del valore.
Partenariato pubblico-privato:
I partenariati tra Stati, settore privato e società civile sfruttano la capacità degli strumenti digitali di fornire soluzioni per lo sviluppo attraverso gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Ne sono un esempio l’Alleanza per le infrastrutture pubbliche digitali, la Coalizione per la sostenibilità ambientale digitale e i partenariati pubblico-privati per la risposta alle catastrofi.
Contrastare il “danno” online:
La disinformazione, l’incitamento all’odio e le attività maligne e criminali nel cyberspazio aumentano i rischi e i costi per tutti coloro che sono online […] dobbiamo rafforzare il controllo per le azioni dannose e maligne online.
Queste sono le più ovvie, ma c’è anche un linguaggio più subdolo e insidioso che riguarda l'”equità” e l'”accesso“. Il rapporto si preoccupa del fatto che molte persone nel mondo (soprattutto nei Paesi in via di sviluppo) non hanno un accesso regolare a Internet.
Questa preoccupazione sarebbe più onesto esprimerla nel linguaggio del controllo: chi non consuma media digitali non può essere ipnotizzato, chi non comunica online non può essere censurato e chi non si affida al digital banking non può essere controllato.
In sintesi, il Digital Global Compact è un atto normativo globalista al servizio dell’obiettivo finale della politica globalista: Il controllo di tutti gli aspetti della vita, ottenuto inserendo un filtro digitale tra le persone e la realtà.
Banche, comunicazioni, consumo di media, acquisti. Ogni interazione avverrà attraverso una membrana digitale che potrà monitorare i vostri scambi con il mondo e, se necessario, negarvi l’accesso a quel mondo.
Un ultimo punto interessante da notare sono le parole che il rapporto non usa. “Globalista” e “globalismo” non compaiono nemmeno una volta, così come non vengono citati “passaporti vaccinali” o “certificati vaccinali”. Non compaiono nemmeno “credito sociale” o “moneta digitale della banca centrale”.
Vengono discussi, ma non citati.
Sembra che evitino le parole d’ordine che sanno scatenare resistenze o far scattare campanelli d’allarme. L’avrebbero fatto prima che gli scettici iniziassero a vincere la conversazione su Covid?
Non credo.
Naturalmente non dovete fidarvi della mia parola: potete leggere l’intero rapporto da soli.
Non c’è nulla di sorprendente, ovviamente. Ma è sicuramente un “momento di silenzio ad alta voce”, e un link da inviare a quelle persone che ancora vi liquidano come complottisti.
Kit Knightly
Tradotto dall’inglese da Piero Cammerinesi per LiberoPensare











