di Fabio Antonio Calò
L’intelletto non può cogliere i Concetti ma solo le rappresentazioni. Può prodursi i suoi astratti concetti delle cose ma non afferrare i Concetti oggettivi, viventi nelle cose.
Si dimostra facilmente che addirittura l’intelletto non coglie nemmeno i “percetti”, i contenuti delle percezioni.
Noi ci illudiamo di afferrare le cose del mondo; in realtà, quando poniamo attenzione sulle cose, noi ne afferriamo solo le nostre rappresentazioni. Cioè le pensiamo, le rappresentiamo per poterle portare a coscienza come percezioni. Percepiamo di aver percepito una cosa solo in quanto percepiamo noi stessi come soggetti percepenti: se non percepissimo noi stessi mentre le percepiamo, non ne avremmo coscienza.
Quando un oggetto entra nella nostra sfera di percezione, il suo darsi diviene per noi stimolo. Lo stimolo corre lungo il nostro sistema sensoriale fino al cervello, modificandosi numerose volte. Finché, al termine del processo, sta il contenuto oggettivo della percezione. Il problema è che noi questo contenuto non lo abbiamo mai come tale nella coscienza, bensì solo come nostra soggettiva rappresentazione. Perché, per poterlo portare nella coscienza, noi su quel contenuto oggettivo dobbiamo proiettare noi stessi, dobbiamo farcene una rappresentazione, così che allora possiamo averne coscienza. Quella rappresentazione è la soggettiva ed individuale “immagine percettiva”. Di questa soltanto noi abbiamo coscienza, poiché la coscienza ordinaria poggia sul rappresentare, non sul percepire. Ogni mattina, quando riemergo dal sonno della coscienza, percepisco di essere me stesso soltanto quando inizio a rappresentare: “cogito ergo sum”. C’ero anche prima, mentre dormivo incosciente, ma non c’ero per me stesso, non mi percepivo.

Allo stesso modo, i nostri “giudizi di percezione” poggiano sulle nostre “immagini percettive”, sul nostro proiettare sui contenuti delle nostre percezioni: noi giudichiamo soltanto noi stessi per noi stessi, giudichiamo gli altri per come proiettiamo noi stessi su di essi.
Ecco perché non ha alcun senso giudicare gli individui e nemmeno le cose, a meno di “amarle più di noi stessi”.
La grandezza di Kant è nell’aver colto che l’uomo afferra solo le sue proiezioni sulle cose, le sue soggettive rappresentazioni dei suoi percetti. Il limite di Kant è nel non aver colto che al contenuto oggettivo della percezione non è impossibile arrivare, e che ci si arriva solo passando proprio per quella soggettiva immagine percettiva che egli ritenne gnoseologicamente irrilevante: “il fenomeno non nasconde il noúmeno (come pensò Kant) bensì lo rivela!”, scrive Goethe.
Ora, se tutto ciò vale per il mondo della percezione, figuriamoci quanto ancor più valga per i Concetti delle cose. L’intelletto è il “senso delle rappresentazioni” ed ha sede nel suo “organo di senso”, il cervello. Il cervello, dicevamo sopra, non può afferrare i Concetti viventi, ovvero i contenuti oggettivi delle cose. Essi sono la loro Essenza; sono il <Pensiero del mondo> che vive nelle cose. Perciò, ancora una volta, l’intelletto può portarli nella coscienza ordinaria solo come rappresentazioni: si forma le sue rappresentazioni, i suoi surrogati “concetti”, li “concepisce” astratti, separati, comodi, gestibili, fermi quanto basta per illudersi di avere il Concetto delle cose. Per potersene fare tanti concetti separati, così che un’altra parte del Pensare possa attivarsi e riunirli in un’unica Unità concettuale. Un’Unità essenziale che già preesiste in sé, ma che l’intelletto non percepisce e che, tuttavia, senza l’intelletto che prima la separi, non potrebbe essere mai afferrata dal Cuore, dalla Ragione. Perché “si va al cuore solo passando per il cervello”.
La Ragione, infatti, può attivare la sua sintesi soltanto dopo che l’intelletto abbia completato la sua analisi, le sue rappresentazioni o proiezioni. La Ragione interviene per “umanizzare la natura”, cioè per conferire forma umana al contenuto concettuale delle cose, alla Ur-Form che vive in esse. Quel contenuto vivente dei Concetti, quella “Forma di tutte le forme”, deve prima diventare forma umana cioè deve acquisire la forma di concetto per poter essere sperimentata. Perché solo quando è conosciuto, il Pensiero del mondo diviene “reale”, si realizza, si attua completamente.

L’errore non è farsi le rappresentazioni delle cose: anche il non farsele sarebbe un grave errore; sarebbe misticismo, un eccesso di sintesi/Ragione ed un difetto di analisi/intelletto; non Scienza dello Spirito. L’errore intellettuale è solo il fermarsi alle rappresentazioni: proprio quel che fa la coscienza ordinaria e dunque la scienza. Ora, per non farlo, per non arrestarsi all’intelletto e crogiolarsi nel sapere astratto, occorre soprattutto una qualità, la più rara, la Madre di tutte le altre: il Coraggio.
E che cos’è il coraggio? Semplicemente, l’amore, il <cor habeo>, il possedimento del cuore, l’attivazione dell’organo di percezione dell’Idea, in cui risiede la Ragione, il “senso intuitivo”.
L’Amore è l’esperienza della Ragione che raggiunge l’Idea, la sensazione del Cuore che Pensa-Percepisce l’Essere della Verità. Se l’uomo impara a riconoscere la Forza adamantina dell’Amore quale oggettiva manifestazione dell’Idea agli occhi della sua Ragione, se impara a discernere l’Amore dall’illusoria seduzione dell’autocompiacimento intellettuale, allora l’Amore diventa per lui la “prova”, l’evidenza scientifica, il più rigoroso criterio scientifico di verità, il più preciso strumento di misura, la conferma matematica di aver squarciato l’involucro dell’illusione e raggiunto l’Idea.
E ciò che conduce all’attivazione del Cuore è l’anelito, lo Streben inestinguibile di Faust, che lo porta a cambiarsi, a superare i propri limiti e non arrestarsi nel piacere e nella stasi, il Genus, le tentazioni di Mefistofele. Quell’anelito è la percezione diretta della presenza vivente del “Cristo in noi”, l’Idea già agente e pulsante nelle nostre azioni morali. È il Cristo stesso che ci impulsa l’anelito a cambiarci, a perfezionarci fino a sperimentarLo. E, per farlo, ci impulsa la forza del Coraggio, dell’Amore. Quando l’uomo agisce per amore-coraggio, non è più un semplice uomo: ogni uomo che agisce moralmente è il Cristo stesso; è l’Idea stessa, agente attraverso di lui.
Il contrario della paura è dunque l’Amore. Il contrario del Coraggio è l’odio.
Chi è che noi odiamo? Odiamo il Nemico, chiunque ci impulsi segretamente al cambiamento, alla continua trasformazione di noi stessi. L’odiato, il Nemico, è il nostro Cristoforo, colui che ci porta il Cristo, lo Stimolatore al cambiamento. È Lui a porci lungo il cammino ogni Nemico che incontriamo, ad offrirci l’occasione di quel cambiamento: ognuno ha il Nemico che gli occorre per cambiare ciò che ha da cambiare. Perché evolvere significa cambiarsi: cambiare carattere, temperamento, visioni, ideologie, distruggersi per ricostruirsi di continuo.
Ma per cambiarsi serve Coraggio. Nessuno vorrebbe cambiarsi. Vorremmo cambiare gli altri, ma non noi stessi. Cambiamo macchina, lavoro, casa, mogli, mariti, amici, per non cambiare mai noi stessi. “Divertirsi” significa divergere, cambiare routine. Tutti amiamo farlo, andare in vacanza, visitare posti nuovi. Perché? Perché quel sano impulso interiore a cambiarci, noi lo riduciamo al cambiare canale, al cambiare la scena del film: per non cambiare il proiettore, noi stessi.

Perciò consideriamo “amici” coloro che, in quanto simili a noi, ci “confortano”, coloro che tifano per la nostra squadra, che votano il nostro partito, che frequentano la nostra chiesa: quelli che, di fatto, ci consentono di credere che in noi non vi sia proprio nulla da cambiare. E appunto odiamo coloro che, semplicemente essendo se stessi e migliori di noi, ci mostrano silenziosamente le nostre imperfezioni che il nostro io viene sulla Terra a cambiare: le stesse che noi proiettiamo su di essi e che vediamo come fossero loro, tentando inconsciamente di affermarle e farle invece sopravvivere in noi. Quell’inconscio, che tanto ci protegge dal cambiamento, che lo rende più difficile ma quindi più proficuo e potente qualora lo attuassimo, quell’inconscio sono i nostri Doppi. La nostra mancanza di Coraggio è la prevalenza della Loro azione dissuasiva sull’impulso dello Spirito: “non cambiare, allontana chi ti mette in discussione!”. “Fermati! Sei bello!”, suggeriva Mefistofele a Faust: godi, senza cambiarti, senza più creare, senza più anelare.
Quel che un tempo diceva Crowley, “Fai ciò che vuoi”, oggi diviene “Sii ciò che vuoi”: cambiati fuori, così da poterti non cambiare dentro. Non diventare chi davvero Sei: diventa la tua immagine di te stesso, la tua proiezione su te stesso.
Perché non sono solo gli altri una nostra proiezione: anche noi stessi siamo una nostra rappresentazione; noi siamo la proiezione del Vero io sul nostro cervello. E quel che noi chiamiamo “io” è, almeno ordinariamente, solo lo schermo su cui va in onda il film della nostra vita. Un film in cui scambiamo gli attori protagonisti, i nostri Doppi, per noi stessi; scambiamo quel che Essi producono nella nostra coscienza, per “nostri” pensieri, sentimenti ed azioni.
Ma per accettare che sia così, ed allora accettare di cambiarsi davvero, occorre Coraggio, il coraggio di morire a se stessi, a chi non siamo davvero, per Essere chi Siamo davvero.
Può l’intelletto capire tutto questo? Può accettare di arrestarsi all’analisi senza dedurre conclusioni e cedere il passo alla Ragione, fare spazio all’Uomo Libero?
Ciò che è davvero necessario capire, per l’intelletto, è che è davvero necessario non capire.
“Non c’è niente da capire”, cantava ed intuiva De Gregori.
Non sto dicendo che non sia necessario capire, ma dico proprio che è necessario il contrario, è necessario lo sforzo, il Coraggio di non capire, e darsi, soltanto, al “percepire” per poter ricevere, comprendere. Perché “capire” significa necessariamente rimanere nella prigionia dell’intelletto, nella morsa del Drago, cioè continuare a prodursi solo le rappresentazioni dell’Idea nelle cose. La tentazione è voler capire per paura di non sapere abbastanza, di non essere abbastanza, di non valere abbastanza; perciò, finiamo sempre a farci solo rappresentazioni delle cose e di noi stessi.
Non sarebbe nemmeno questo il male, se almeno fossimo in grado di “capire” che quel che “capiamo” sono solo i cadaveri dei Concetti; mentre quello che non “capiamo” rimane pregno di Forza-vita. Ma questo, invece, non lo vogliamo proprio “capire”.
È invece necessario sforzarsi di fare un’altra cosa, anziché capire: lasciare che i Concetti penetrino ancora vivi e Pensino se stessi entro la nostra coscienza ordinaria, rappresentativa, così che si formino gli organi per la propria percezione, dunque un altro tipo di coscienza, la coscienza percettiva, poggiante sui percetti, quella in cui muove l’anima cosciente. Si tratta perciò di imparare ad osservare soltanto, “percepire” soltanto; realizzare la “percezione pura”, l’ascolto profondo delle cose (e delle persone), disattivando l’intelletto, che sempre tenta di capire le cose e sempre finisce a capire solo ciò che esso stesso si produce delle cose, e che nulla a che fare con le cose stesse.

Lasciare che le cose (e le persone) ci parlino di esse stesse, osservarle e basta, ascoltarle in assoluto silenzio mentale, seppur nel continuo supporto di sentimento su cui esse possano riposare mentre tentano di esprimersi, di parlarci in un linguaggio al quale dobbiamo dapprima adattarci. Quel linguaggio ha in sé il Potere di costruire in noi gli organi di percezione necessari a comprenderlo. Quel linguaggio è l’Idea stessa che si esprime tonalmente, e non può quindi essere “capita” ma solo “percepita”.
Il problema è che invece noi, senza averne coscienza, vorremmo ridurre, adeguare l’Idea vivente al livello del nostro misero intelletto anziché usare il Pensiero, la Ragione, per percepirLa. Perciò utilizziamo quel surrogato di pensiero chiamato “intelletto” per farcene un fermoimmagine, un’istantanea, comoda comoda.
Un esercizio tra i più importanti consiste proprio nell’imparare ad attuare l’ascolto profondo e totale di chi ci parla, eliminando quel continuo brusio di rappresentazioni del cervello che tenta di “capire”, confutando o approvando quanto riceve. E lasciando che invece sia l’essere dell’altro a manifestarsi attraverso di noi, nella nostra anima cosciente.
Finché non saremo in grado di ascoltare chi ci parla in assoluto silenzio interiore, aprendo il cuore e spegnendo il cervello, senza tentare di capirlo e formarci dei giudizi su di esso, non potremo conoscere il mondo e quindi noi stessi. Perché la Scienza consiste proprio nel saper prima osservare e ascoltare senza rappresentare, per poi muovere con la Fantasia immaginativa gli elementi percepiti senza più poggiare sui sensi fisici.
Questo sarebbe il vero compito del cervello: l’immaginare puro, non il rappresentare. Nel cervello, infatti, tra l’ipofisi e l’epifisi risiede il “senso immaginativo”, la metamorfosi dell’intelletto. Ed il senso immaginativo non tenta, come l’intelletto, di capire ciò che percepisce da fuori adeguandolo a se stesso, ma lascia che la WunderGebild, la Forza-meraviglia metta in moto la Fantasia immaginativa da dentro, attivata e mossa dallo stesso Essere: Šakti, quella stessa Potenza creativa che produce sia il mondo esteriore che quello interiore, sia le metamorfosi creative della natura che la loro esperienza immaginativa-conoscitiva in noi. Il solo fine di ogni ascesi (orientale ed occidentale) è la Liberazione di Šakti-Sophia.
In sintesi, se vorremo sviluppare il primo grado della coscienza superiore, il primo passo da fare è annullare ogni tentativo di “capire”, l’incosciente ridurre il cervello a computer anziché elevarlo ad organo di immaginazione creativa, strumento di correlazione “estetica” degli elementi percepiti.
Diceva Nietzsche, “tutte le tue disgrazie sono causate da un solo individuo: tu stesso!”.
I nostri pensieri, sentimenti, azioni distruggono o creano in base alla loro qualità.
L’universo si configura accordandosi alla frequenza che noi scegliamo di emettere: noi stessi siamo il Tono-Logos che da noi risuona nel cosmo, determinandone ogni evento.
Le nostre parole sono Forze, sono etere di Suono. Il modo in cui parliamo di noi stessi e degli altri a noi stessi ed agli altri crea chi siamo noi e chi sono gli altri.
La distruzione si attua finché ci identifichiamo col nostro intelletto.
Finché ci crediamo la nostra mente, siamo i distruttori tanto di noi stessi quanto del cosmo.
Il creare inizia laddove finisce la mente ed inizia l’Uomo.
Pensare, percepire, conoscere, sperimentare, amare, educare: sono tutti sinonimi dell’atto più Perfetto nel cosmo: il Creare. Siamo noi i co-creatori dell’universo, quando ci poniamo di fronte ad esso disattivando la mente.
Coraggio, Uomo!
Non sei lo spettatore passivo del mondo:
il destino del mondo dipende solo da Te.
Fabio Antonio Calò è un musicista compositore, progettista e produttore di componenti elettronici atti a registrare e riprodurre la musica secondo i principi ed i fini della Scienza dello Spirito. Manager del settore trasporto aereo e pilota professionista.











