di Pepe Escobar
Sono bastati pochi missili yemeniti sulle raffinerie saudite per risvegliare i vettori di “leadership” della Ummah; non gli oltre 100.000 palestinesi uccisi a Gaza dal culto della morte.
Il patto sunnita della NATO della Mecca tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan rimane un enigma. Oppure una messinscena sospetta e di bassa lega – completa di sessioni fotografiche e scarsa condivisione di informazioni. Il testo completo non è stato reso pubblico. Tutto è piuttosto vago, si sottolinea solo la «deterrenza collettiva».
Contro chi? Dipende dal punto di vista di chi guarda. Tutte le opzioni – Eretz Israel, Stati Uniti-Israele, India (nel caso di un attacco al Pakistan) – potrebbero essere prese in considerazione. Il concetto chiave è «potrebbero». A ciò si aggiungono i mille vincoli della Turchia all’interno della NATO: un vero e proprio nido di vipere.
È significativo che la Turchia abbia informato l’Iran prima di firmare l’accordo della Mecca. Ulteriori stratificazioni di propaganda promuovono addirittura l’adesione dell’Iran all’accordo in una fase successiva, poiché Riyadh, in teoria, rifiuta attacchi militari contro Teheran e l’Iran potrebbe essere protetto dall’ombrello nucleare del Pakistan.

Ancora una volta, sarà la geografia a dettare legge.
La Turchia rimarrà nella NATO – poiché le élite turche sono essenzialmente atlantiste. L’Arabia Saudita dovrebbe compiere miracoli per sottrarsi all’ombrello di sicurezza statunitense – e alla manodopera indiana. La priorità del Pakistan è la Cina e le Nuove Vie della Seta, oltre al gasdotto IP dall’Iran.
La Mecca è essenzialmente un teatro di deterrenza.
Uno scenario diverso, più intrigante, indicherebbe la strumentalizzazione del Grande Turan – un obiettivo chiave della Turchia – a vantaggio della coppia USA/sionista. Ciò indicherebbe un remix neo-ottomano, ora riconfigurato come leadership degli affari arabi compradori. Come se Ankara ricreasse la gerarchia ottomana con se stessa al centro – con lo scopo di “salvare” sionisti e salafiti da se stessi.
Sembra che la scintilla della Mecca sia venuta dallo stesso MbS (nessuno lo sa con certezza, dato che a Riyadh la situazione è molto opaca). Dato che Riyadh si sta vedendo privata della possibilità di esportare petrolio attraverso il Mar Rosso a causa dello Yemen – e potrebbe persino perdere i propri pozzi petroliferi se la situazione dovesse peggiorare – perché non puntare su un neo-ottomanismo benigno?
Perché gli Stati Uniti non potranno mai revocare le sanzioni contro l’Iran

Nel frattempo in Iran, sotto un Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale (SNSC) riorganizzato dal Leader Mojtaba Khamenei, il consenso consolidato è che Teheran non scenderà mai a compromessi, specialmente nell’attuale situazione di «né guerra, né pace».
Washington dovrebbe soddisfare una serie di condizioni molto severe prima che lo Stretto di Hormuz venga riaperto, tra cui:
- La fine delle minacce e degli “insulti” statunitensi;
- La fine definitiva delle guerre degli Stati Uniti contro l’Iran e i suoi alleati in Palestina, Libano, Yemen e Iraq;
- La revoca del blocco navale americano e il ritiro di tutte le forze statunitensi;
- Non meno di 300 miliardi di dollari di risarcimento per i danni di guerra;
- La revoca di tutte le sanzioni;
- Rilascio incondizionato di tutti i beni congelati;
- Diritto dell’Iran di applicare una tassa fino al 7% sul transito delle merci;
- Divieto di accesso alle navi statunitensi e israeliane;
- Una tassa di violazione del 20% sulle navi in caso di inosservanza delle condizioni.
Consideratela un’intimazione alla resa degli Stati Uniti: una capitolazione su tutti i fronti – dal «segui i soldi» all’espulsione militare, alla fine delle sanzioni e al controllo totale dell’Iran sullo Stretto di Hormuz.
Persino i granelli di sabbia lungo la Vecchia e la Nuova Via della Seta sono consapevoli che l’enorme debito statunitense è assetato di nuovi meccanismi da alimentare con il controllo sulle risorse naturali – dal petrolio e dall’oro ai minerali delle terre rare. E queste risorse naturali devono essere valutate in dollari statunitensi e nel petrodollaro.
L’Iran – crocevia chiave dell’Eurasia – possiede assolutamente tutto ciò di cui gli Stati Uniti hanno bisogno. Eppure è sovrano, indipendente e strettamente allineato con la partnership strategica tra Russia e Cina.
Tutto ciò ha quindi tutte le caratteristiche di una “guerra eterna”. Washington non revoca mai le sanzioni contro l’Iran. Ciò è politicamente – e geoeconomicamente – impossibile. E Washington, chiunque sia al potere, non accetterà mai il controllo dell’Iran sullo Stretto di Ormuz, tasse amministrative incluse, perché ciò sancisce, nella pratica, il fallimento imperiale nell’utilizzare le sanzioni economiche come strumento “diplomatico” di elezione.
Il risultato è che alcune delle gravi conseguenze della guerra scatenata il 28 febbraio sono già piuttosto evidenti. Tra queste figurano la possibile distruzione finanziaria del CCG, accompagnata dal crollo dei regimi al potere; l’espansione geografica quasi inevitabile dello Yemen; l’isolamento internazionale praticamente totale del culto della morte; una massiccia crisi economica globale in concomitanza con una crisi finanziaria statunitense; e l’ascesa dell’Iran allo status di potenza di spicco dell’Asia occidentale, dell’Eurasia e del Sud del Mondo.
Tutto ciò implica un enorme punto di svolta geoeconomico che faciliterà un’ascesa molto più rapida dei BRICS – e dei BRICS+ – accompagnata dal consolidamento di Shanghai come soluzione ideale per il capitale del Sud del Mondo per mettere al sicuro i propri risparmi.
Attenzione all’«Asse eurasiatico»!
L’Impero del Caos, delle Bugie, del Saccheggio e della Pirateria non accetterà tutto questo senza opporre resistenza. Pertanto, la scacchiera continuerà a essere destabilizzata anche in nodi che, in teoria, sono controllati dagli Stati sovrani indipendenti.
Entra in scena il Mar Caspio – un nodo chiave del Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), uno dei principali corridoi di connettività del commercio paneurasiano del XXI secolo, che collega i membri del BRICS – Russia, Iran e India – all’Asia centrale aggirando le sanzioni occidentali e i punti di strozzatura marittimi controllati dalla NATO.

La guerra ibrida nel Mar Caspio si inserisce perfettamente nello scenario imperiale volto a provocare ripercussioni sistemiche negative che si estendono oltre la Russia e l’Iran fino alla Cina e all’Europa. Dopotutto, la Cina considera il Mar Caspio un canale di collegamento fondamentale tra i progetti della Belt and Road Initiative (BRI), l’Asia centrale e l’Europa.
Il Mar Caspio potrebbe quindi diventare il vertice di una frattura geopolitica vicino al centro dell’Eurasia, contrapponendo Washington/Tel Aviv/Kiev agli Stati-civiltà sovrani e indipendenti del BRICS e della SCO.
Entra in scena, ancora una volta, la Turchia – ora come possibile anello mancante nella spinta dell’asse sionista a collegare entrambe le guerre (la NATO in Ucraina, gli Stati Uniti e Israele contro l’Iran): dopotutto si tratta della stessa guerra sin dall’inizio.
Tuttavia, sarà difficile convincere il sultano Erdogan a prendere di mira le risorse strategiche russe e iraniane nel Caspio, anche indirettamente tramite l’Azerbaigian. Un’alternativa ancora più complessa sarebbe il Kazakistan, che, nonostante tutte le sue politiche “multivettoriali”, è membro a pieno titolo della SCO, membro a pieno titolo dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) e partner dei BRICS+.
Le azioni della Turchia dovrebbero essere valutate, in ultima analisi, alla luce dell’impegno ufficiale volto a rafforzare l’Organizzazione degli Stati Turchi (OTS; sia l’Azerbaigian che il Kazakistan ne sono membri) e di ciò che potrebbero escogitare per cercare di soffocare le manovre geopolitiche dell’Iran.

Ancora una volta: tutto ruota attorno a come giocheranno la carta del Grande Turan nel Caucaso e soprattutto in Asia centrale, con le sue vaste riserve di petrolio, uranio, litio e minerali critici.
Mosca sta osservando attentamente tutto ciò, con estrema discrezione. Per inciso, lo scorso novembre il Kazakistan è diventato il primo “stan” dell’Asia centrale ad aderire agli Accordi di Abramo, in relazione a un massiccio accordo minerario tra Stati Uniti e Kazakistan.
La storia che si ripete è sempre bizzarra: siamo tornati al «Grande Gioco» originale tra Russia e Gran Bretagna della fine del XIX secolo. Dopotutto, l’MI6 sostiene pienamente il Grande Turan – come contromossa di prim’ordine ai «Tre Sovrani», Russia, Iran e Cina. O a ciò che Trump ha recentemente definito, per la prima volta in assoluto (Elbridge Colby che gli sussurrava all’orecchio?), come l’«Asse eurasiatico».
Al Museo Nazionale di Astana, in Kazakistan, c’è un pannello appariscente che rappresenta tutti i popoli turcofoni, oltre 40 gruppi etnici. Tra questi figurano gli uiguri, così come i kazaki e gli azeri. Ma tradurre tutto ciò in un ruolo di grande attore della Turchia in tutta l’Eurasia – con l’aggiunta di narrazioni mitologiche fasulle – è tutta un’altra storia.
L’intera iniziativa non è più sofisticata della creazione di un mercato per il nazionalismo turco puro e semplice, con gli “-stan” dell’Asia centrale incorporati, nella migliore delle ipotesi, come partner minori.
La Mecca come ultima carta da giocare
Poiché la pressione imperiale sui Tre Sovrani non accenna a diminuire, mosse strategiche interconnesse fanno la differenza. Ad esempio: la Cina che investe nel Corridoio di Wakhan in Afghanistan come via alternativa per raggiungere l’Iran.

È di nuovo il Grande Gioco: il Corridoio di Wakhan è spuntato dal nulla alla fine del XIX secolo per «proteggere» l’India britannica dalle avanzate della Russia nel Turkestan. Si collega con lo Xinjiang cinese per soli 70 km circa, come ho potuto constatare durante i miei viaggi lungo l’Autostrada del Pamir prima del Covid.
Si tratta di uno dei confini strategici più alti del pianeta. Solo 5 mesi fa, Pechino ha istituito una nuova contea nello Xinjiang, Cenling, affacciata sul confine. Tutto in questa landa selvaggia di montagna è gestito da Kashgar, dove ha inizio il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), del valore di 60 miliardi di dollari.
Traduzione: oltre alla ferrovia Cina-Iran – precedentemente bombardata dagli americani durante la guerra contro l’Iran – questa rappresenta un’ulteriore via terrestre dalla Cina all’Iran che aggira le rotte marittime, soggette ai blocchi di Trump.
La Cina, nella sua tipica modalità “win-win”, punterà su entrambe le opzioni contemporaneamente: il CPEC, via Pakistan, e il Wakhan, via Afghanistan.
Per concludere il nostro viaggio attraverso alcuni punti chiave del Nuovo Grande Gioco: alla fine tutto si deciderà in Asia occidentale. E questo ci riporta al patto sunnita della NATO della Mecca.
Questa acuta analisi indica la Mecca come un’ultima disperata mossa legata all’attuale grave carenza di riciclo dei petrodollari da parte delle petro-monarchie – il meccanismo che sostiene quel mostro, il debito statunitense impossibile da ripagare; la piramide dei derivati; e la mega-bolla solitaria dell’intelligenza artificiale di Wall Street.
Ed è proprio questo che sta realmente alimentando la disperazione imperiale di trovare un accordo, qualsiasi accordo, con i persiani.
Perché l’Iran ha definito il principale campo di battaglia geoeconomico per i RIC (Russia, Iran, Cina, il nuovo triangolo di Primakov), in modo molto più efficiente delle infinite discussioni sui BRICS: il crollo del racket dei petrodollari del CCG.
Senza questo racket, un impero neocoloniale finanziarizzato e gestito a distanza è assolutamente impossibile.
18 Agosto 2026
Traduzione dall’inglese di Piero Cammerinesi per LiberoPensare
© Foto: SCF
Pepe Escobar è un editorialista di The Cradle, redattore capo di Asia Times e un analista geopolitico indipendente esperto di Eurasia.
Dalla metà degli anni ’80 ha vissuto e lavorato come corrispondente estero a Londra, Parigi, Milano, Los Angeles, Singapore e Bangkok. È autore di innumerevoli libri; il suo ultimo è Raging Twenties.











